venerdì 6 aprile 2018

L'esame di Coscienza


Pregiudizi e stereotipi. “Scusi, lei quindi sarebbe realmente in possesso del biglietto?”. Questo quesito non avrebbe suscitato alcun scalpore, se a pronunciarlo fosse stato uno scrupoloso controllore che, volendosi accertare dell’avvenuto pagamento del servizio relativo il pubblico trasporto, avesse posto lecitamente la precedente domanda al passeggero comodamente seduto dinnanzi a sé. L’alto tasso di preoccupazione, invece, insorge clamorosamente ponendo marcatamente in risalto la spietatezza morale di un individuo privo di ogni titolo per rivolgersi prepotentemente ai sospettati viaggiatori, i quali secondo un punto di vista e un'interpretazione della situazione del tutto personali, avrebbero continuato imperturbati a viaggiare senza rispettare il codice etico e legale largamente e pienamente condivisi. In seguito alla premessa iniziale, accingiamoci a comprender meglio l’evento realmente accaduto. Forlì. A bordo di un autobus sul quale vi era un gruppo particolarmente corposo di persone provenienti da altri contenti e Paesi, un signore italiano palesemente vittima dell’odio razziale ormai connaturato nella sua stessa condizione esistenziale, incominciò a inveire, accusando costoro in modo assolutamente feroce, in quanto sospettava che non avessero avuto il diritto di occupare degnamente un posto a sedere poiché, secondo una convinzione del tutto non dimostrata, non erano in possesso del biglietto. Pensando, quindi, di esser in procinto di compiere un’azione straordinariamente eroica, s’incamminò lungo lo stretto corridoio del veicolo, percorrendolo nella totalità della sua lunghezza. Trovatosi di fronte al conducente, implorò costui di fermarsi istantaneamente, chiedendo di far scendere il folto gruppo di fuorilegge, che a suo avviso stava abusivamente occupando per un intervallo di tempo prolungato uno spazio che non spettava loro. L’autista, uomo dotto e acculturato (sicuramente più del pensionato), non diede corda allo scellerato, pregandolo in un primo momento di ritornare a sedersi. Costui, vedendo a questo punto che i suoi intenti stavano incominciando a svanire nel nulla scemando a poco a poco, s’adirò ulteriormente a tal punto che, ripercorrendo i suoi precedenti passi, s’arrestò bruscamente di fronte a un uomo avente caratteristiche e tratti somatici diversi dai propri, esortandolo a mostrare il biglietto. La situazione avrebbe potuto assumere una drastica piega se non fossero successivamente intervenute le forze dell’ordine, chiamate in causa per ripristinare l’equilibro della situazione iniziale. Al sessantenne irato venne duramente imposta una sanzione pecuniaria per aver interrotto il servizio pubblico per trenta minuti circa. Gli agenti della Polizia, dopo aver svolto controlli e accertamenti necessari, appurarono che tutte le persone straniere presenti sul mezzo di trasporto avevano comprato regolarmente il biglietto, come previsto dalla Legge. Costoro, quindi, erano in regola e avevano tutto il diritto di viaggiare sull'autobus di linea che consente di raggiungere la ridente cittadina di Santa Sofia partendo da Forlì. Cosa avrebbe detto in questa situazione Gesù Cristo a colui che incitando all'odio si credeva straordinario paladino della giustizia terrena? Ah, sì: “Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”  

(Dal Vangelo secondo Luca 6,41)

Francesco Pivetta 

Sei morti nel campo di Gharyan, ma l’Italia respinge i profughi in Libia



di Emilio Drudi

“Come sono morti? Uno si è suicidato, vinto da mesi di sofferenze inumane. Gli altri sono morti di stenti e di sfinimento”. Sono le parole di uno dei compagni delle vittime. I morti sono sei giovani profughi, ma potrebbero anche essere nove, perché altri tre sono scomparsi all’improvviso da diversi giorni e ormai si teme il peggio. Accade nel campo di Gharyan, 94 chilometri a sud di Tripoli.
E’ l’ennesima tragedia consumata nei centri di detenzione in Libia. Anche in quelli gestiti dallo Stato, a conferma che il quadro resta quello descritto in tutti i rapporti pubblicati negli ultimi anni dalle Nazioni Unite e da Ong come Amnesty o Human Rights Watch. A raccontarla, questa strage, sono stati altri profughi prigionieri a Gharyan i quali, con una serie di telefonate fatte di nascosto, “rubate”, hanno potuto prendere contatto con il Coordinamento Eritrea Democratica per chiedere aiuto. Le prime segnalazioni sono giunte fra il 30 e il 31 marzo. Sono seguite brevi comunicazioni di aggiornamento e contatti periodici sono in corso tuttora. Le telefonate sono state ricevute tutte da Abraham Tesfai, un giovane esule, studente universitario a Bologna, che da tempo si occupa di ricerche sui profughi intrappolati in Libia oppure che risultano prigionieri o scomparsi, durante la fuga, in altri paesi di transito. “Quei ragazzi – spiega – hanno detto di aver avuto il nostro recapito da un familiare residente in Europa, che conosce e segue la nostra attività. Già dalla prima comunicazione si è capito che si trovano in una condizione terribile. Poi, il quadro si è rivelato anche peggiore di quello che avevo intuito. Non a caso le chiamate che mi arrivano sono sempre più disperate… E’ assurdo che non si riesca o, peggio, che non si voglia fare niente, chiudendo gli occhi di fronte a quello che sta accadendo”.
Gharyan, quasi 200 mila abitanti, capoluogo di distretto, famosa per essere stata uno dei principali centri della resistenza contro l’occupazione coloniale italiana, snodo delle strade che dal sud portano verso Tripoli e la costa, è un punto nevralgico per i movimenti dei migranti provenienti da Sabha e dal Fezzan, dopo essere entrati in Libia dal Sudan e dal Niger. Il centro di detenzione aperto alla periferia dell’abitato è una delle strutture “ufficiali” di accoglienza, sotto il controllo del Governo, ma i ragazzi che hanno chiesto aiuto lo descrivono come una dura, orribile prigione: “Siamo rinchiusi in grossi container, dai quali non è consentito uscire, se non per brevissimi periodi, nell’arco della giornata. Il cibo è scarso e di pessima qualità, poca e scadente persino l’acqua da bere, nessuna assistenza medica, servizi igienici pressoché impraticabili perché manca l’acqua anche per le più elementari pulizie. Senza contare i maltrattamenti, le minacce, gli insulti, le umiliazioni da parte di molti degli agenti di guardia. Tanti si ammalano, ma nessuno se ne prende cura. E’ così che sono morti sei nostri compagni, tre eritrei (Aradom, Tekleab ed Aman) e tre somali (Farhamh, Saydn e una ragazza, Segal). Uno non ce l’ha fatta più a resistere e si è tolto la vita: lo abbiamo trovato esanime, senza poter fare più nulla. Gli altri, inclusa la ragazza, li hanno uccisi le privazioni e lo sfinimento. Il primo circa tre mesi fa e poi via via gli altri. Da alcuni giorni, inoltre, non abbiamo più notizie di altri tre nostri compagni, tutti eritrei. Si chiamano Tesfu, Rehase e Abiel. Sono spariti e temiamo che siano morti anche loro. C’è chi dice che siano fuggiti, ma da un campo come questo non si riesce a fuggire. E poi, se avessero voluto scappare, quasi certamente ce lo avrebbero detto. Allora pensiamo o che siano stati consegnati a qualcuno, magari a dei trafficanti, oppure che, appunto, siano morti. Di sicuro sono spariti… Siamo tutti allo stremo: se qualcuno non verrà a liberarci da questa prigione, presto ci saranno altri morti”.
I ragazzi morti o dispersi e quelli che hanno chiesto aiuto al Coordinamento Eritrea facevano parte di un gruppo di circa 100 migranti, quasi tutti eritrei e somali, arrivati a Gharyan nell’ottobre del 2017. In precedenza erano detenuti a Sabratha, insieme agli oltre 20 mila migranti trovati dalle milizie della brigata anti Isis che hanno conquistato la città: erano nelle prigioni di Amu Al Dabashi, il capo clan che a sua volta controlla due brigate di miliziani (la Brigata 48 e la Amu Brigade) e che si è riciclato da trafficante (il principale della zona di Sabratha) in “gendarme anti immigrazione”, a quanto pare in cambio di 5 milioni di euro, stando almeno alle notizie riportate all’epoca da vari organi di informazione.
Subito dopo essere stati liberati a Sabratha, quei cento migranti sono stati affidati alla Mezzaluna Rossa e portati a Tripoli, dove li hanno identificati e registrati, con la promessa che sarebbero stati inseriti in un programma di relocation verso il Niger e magari l’Europa. A Tripoli – nella fase della identificazione/registrazione sarebbero entrati in contatto anche con un funzionario dell’Unhcr, del quale hanno ancora il recapito. Esaurite queste procedure, da Tripoli sono stati trasferiti a Gharyan. Ma a Gharyan si sono ritrovati, a quanto pare, in un lager simile a quello dei trafficanti di Sabratha. Prima che con il Coordinamento Eritrea Democratica in Italia, si sono messi di nuovo in contatto con il funzionario di Tripoli, per illustrargli la situazione e soprattutto, alla luce di quanto stanno vivendo, per chiedergli a che punto sia il trasferimento che era stato prospettato dopo che erano stati liberati a Sabratha. Lui avrebbe risposto che tutto dipende dalle “autorità libiche”. E che stava facendo il possibile. Solo che – nonostante le dichiarazioni e gli impegni di varie cancellerie occidentali e di Bruxelles – anche il trasferimento in Niger è sempre più difficile: il Governo di Niamey, dopo una iniziale apertura, sta “frenando” perché, a fronte dei numerosi arrivi, solo poche decine di profughi sono stati poi accolti in Europa, in base al programma di relocation concordato. Così non c’è scampo: è quasi impossibile uscire dalla trappola libica.
Quello che accade in Libia, però, sembra che non importi granché: né a Roma, né a Bruxelles. Anzi, ora è provato: è la Guardia Costiera italiana a dare disposizioni tassative perché il coordinamento delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale venga svolto dalla Marina libica. Anche quando questo, in concreto, significa attuare sistematicamente dei respingimenti di massa forzati verso l’inferno dei campi della Libia. Senza dare la possibilità ai migranti di presentare richiesta di asilo e a prescindere dalla sorte che li attende, una volta riportati in Africa. Era già evidente, questa grave responsabilità, dopo il sequestro della nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms e l’incriminazione del capitano e del capo missione, per essersi rifiutati di consegnare alla Guardia Costiera di Tripoli i 218 naufraghi che avevano appena recuperato in mare, a 73 miglia dalla costa africana. La riprova si è avuta il 30 marzo, quando la nave Aquarius, di Sos Mediterranee, arrivata per prima sul posto e proprio su sollecitazione del comando centrale della Guardia Costiera italiana, è stata costretta ad abbandonare ad una motovedetta libica i migranti che stava portando in salvo. E’ illuminante, in proposito, il resoconto di Medici Senza Frontiere, che si occupa dell’assistenza medica sull’Aquarius.
“Il gommone (dei migranti: ndr) – si legge nel rapporto – è stato identificato per primo da un aereo militare europeo. Benché la Aquarius sia giunta sulla scena per prima, intorno alle 11, il Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo (Mrcc) ha informato la nave che sarebbe stata la Guardia Costiera libica a occuparsi del soccorso. Per questo alla Aquarius è stato indicato di rimanere in standby e di non avviare nessuna operazione. Mentre era in standby, la Aquarius ha visto la situazione peggiorare, perché il gommone sovraffollato iniziava a imbarcare acqua. Alle 12,45 Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranee sono riusciti a negoziare con l’Mrcc, il comando della Guardia Costiera libica e la nave della Guardia Costiera libica che stava raggiungendo l’area, ed hanno ottenuto di poter almeno stabilizzare la situazione distribuendo giubbotti di salvataggio a tutte le persone a bordo e valutando le loro condizioni mediche. L’infermiera di Medici Senza Frontiere, avvicinatasi al gommone su un motoscafo veloce (Rhib), ha individuato 39 casi medici vulnerabili (tra cui un neonato, donne incinte, bambini e le loro famiglie), che sono stati evacuati sull’Aquarius… Non abbiamo (però) potuto completare il soccorso. Alle 13,52 la Guardia Costiera libica ha ordinato alla Aquarius di allontanarsi, con decine di persone ancora sul gommone. Alle 14,09 queste persone sono state prese dalla Guardia Costiera libica e riportate in Libia”.
Ecco, senza l’ostinazione degli operatori di Medici Senza Frontiere e di Sos Mediterranee, che fino all’ultimo hanno cercato di completare il salvataggio, prendendo a bordo quante più persone possibile, persino quei 39 “casi medici vulnerabili” – che a quel punto l’Italia non ha più potuto respingere – sarebbero stati costretti a tornare in Libia come tutti gli altri naufraghi. Magari in un centro di detenzione come quello di Gharyan.


Da Tempi Moderni

martedì 3 aprile 2018

Riflessi di umanità



Tutti i soggetti sono dotati di due strumenti attraverso i quali possono codificare la realtà a loro circostante: il cuore e il cervello. Se siamo davvero sicuri che la repressione totale degli impulsi interni, delle emozioni che ci permettono di compiere dei voli pindarici e dei desideri connaturati nel nostro animo sia la direttiva vincente da perseguire, dovremmo di conseguenza spronare la nostra possibilità di ragione per definire una tattica che ci consenta di sopperire alla sensibilità essenziale. Nel caso contrario, permettere all’autenticità dell’essere primordiale insito nelle nostre coscienze di sopraffare il nostro “io” conscio e consapevole non sempre si potrebbe rivelare il giusto mezzo. I due elementi, infatti, devono andare di pari passo. L’uomo, percorrendo per la maggior parte delle volte una strada impervia e intricata ha l’obbligo morale di servirsi di entrambi al fine di adottare un comportamento sociale proficuo per se stesso e per gli altri individui. Affermare ferocemente: “Rimarchiamo avidamente i nostri confini territoriali innalzando barriere architettoniche per impedire traversate e passaggi” non sarebbe una possibilità di dialogo e confronto coerente con il nostro sistema di pensiero e d’azione perché la “ratio” umana finirebbe per inghiottire la parte sentimentale che, assecondando la coscienza e l’agire morale, giudicherebbe questa alternativa come disumana, offuscando la nostra percezione visiva con il sentimento dell’odio e della repulsione provati per persone con le quali abbiamo in comune la stessa conformazione fisica e tutte le facoltà psicologiche e cognitive adeguate per comprendere appieno il funzionamento del meccanismo sociale. Secondo quanto precedentemente affermato, infatti, potremmo immediatamente capire come Benoît Ducos, guida alpina francese al quale ho affibbiato l’appellativo “Il Mosè delle Alpi”, nei giorni scorsi sia stato accusato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Se veramente commettessimo l’errore di appoggiare o supportare anche solo indirettamente la drammatica situazione secondo la quale un soggetto possa esser realmente colpevolizzato per aver salvato un’innocente vita umana, credo non riusciremmo a delineare uno scorcio prospettico che possa concepire, al suo interno, la presenza di tutti gli ingredienti necessari che potrebbero tornarci utili per impastare un tessuto sociale migliore. La prospettiva delle forze dell’ordine in primis e successivamente della magistratura sembrano esser discordi con quanto riportato. Sembrano aver preso a cuore la questione, a mio avviso, in maniera prettamente negativa, in quanto stanno ormai disquisendo da alcuni giorni sulla possibilità di far sopperire costui sotto una pesante condanna che possa tramutarsi e riversarsi in una pena pecuniaria o detentiva. In un’epoca dove cinque anni di detenzione all’interno di un istituto carcerario non vengono emessi e attribuiti neanche nei confronti dei più temibili assassini e uccisori è forse possibile che debba sobbarcarsi questo brutale affronto un signore che ha salvato delle vite umane intrappolate e avvolte nel gelo delle intemperie presenti in alta quota? Essendo, forse, le parole del diretto interessato più significative, accattivanti e coinvolgenti delle mie, concedo a lui la parola: “Se mi ritrovassi in una situazione simile, mi comporterei nello stesso modo. Credo che non si possa restare indifferenti davanti a chi vive un disagio o è in difficoltà. Ho ricevuto attestati di solidarietà da tante persone e da diverse associazioni umanitarie. È stato un dovere, non una scelta. Lo stesso dovrebbe fare la Francia che è stata colonizzatrice dei molti Paesi da cui i migranti scappano, la quale non è affatto esente o immune dalle responsabilità sulle quali si dovrebbe interrogare in modo critico e razionale”. Proprio la Francia che propone e propina imperterrita il motto: “Liberté, Égalité, Fraternité” sembra non rivelarsi un eccelso esempio di umanità. Comunque decidano di agire gli organi “competenti” che hanno l’onore di far rispettare l’ordinamento giuridico, noi staremo sempre dalla parte di coloro che nel corso dell’incedere del tempo si sono schierati dalla parte dei più umili, tendendo loro una mano in segno di assoluta solidarietà. In chiusura un appello a tutti coloro che vorrebbero nascondersi dietro a robuste barricate edificate sulla violenza, sull’emarginazione e sulla discriminazione: ricordatevi che in questo preciso istante della storia voi occupate il posto privilegiato del comando politico, sociale ed economico, ma in futuro tutti gli assetti si potrebbero clamorosamente ribaltare e voi potreste trovarci tra coloro che su un barcone disastrato in mezzo al mare in tempesta invocano un aiuto divino o tendono la mano a un soccorritore che, rispettando la vostra stessa condizione esistenziale sarebbe disposto a sacrificare anche la propria vita sottoponendola alla crudeltà di pene detentive e carcerarie ingiustamente e immoralmente imposte senza alcun ritegno.

“Tutti gli esser umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”

Art. 1 – Dichiarazione universale dei diritti umani

Francesco Pivetta 


domenica 1 aprile 2018

Pasqua tra le Vette dell'umanità


Liberatore e Legislatore del Popolo Ebraico, Mosè definì attraverso il suo sistema di pensiero e d’azione uno scorcio prospettico all’interno del quale è possibile includere e inserire molteplici fattori riguardanti l’immigrazione. Il termine “Pasqua”, (letteralmente traducibile con il verbo “pāsaḥ”, ossia “passare oltre”) è etimologicamente riconducibile alla solennità attraverso la quale si rievoca, santificando, l’atto di liberazione del popolo ebraico. Mosè, secondo quanto affermato all’interno delle trattazioni religiose che costituiscono le Sacre Scritture, sciolse dal vincolo di schiavitù il suo popolo, quotidianamente sfruttato e sottoposto a lavori forzati descrivibili mediante una disumana forma di schiavitù, guidandolo attraverso il deserto in un viaggio durato quarant’anni. La Pasqua, quindi, non è una festa per risiedenti o sedentari. La festività si rivolge ai popoli nomadi, ai migranti che si accingono a compiere un Viaggio spesso tortuoso che porterà loro al raggiungimento di una Terra Promessa. La Pasqua parla a coloro che nel corso dell’incedere del tempo si sono impegnati attivamente per fabbricare passaggi laddove sono stati innalzati al cielo sbarramenti artificiali che impediscono la traversata, a coloro che sono sempre disposti a tendere una mano soccorrendo umanamente i più deboli, a coloro che non si arrendono quando riscontrano la presenza di ostacoli che intralciano il cammino, il percorso che conduce il singolo e ignoto viaggiatore alla scoperta della propria essenza. Sarà il giorno in cui verranno esaltati gli “atleti della parola pace”, come definì Erri De Luca. In un mondo dove la misericordia e solidarietà sono concetti ancor troppo astratti e lontani dalla concezione comune, il 10 marzo alle ore 21:00, Benoît Ducos, una guida alpina francese, soccorse immediatamente una migrante incinta, accompagnandola successivamente oltre il confine tra l'Italia e la Francia. Accusato di aver violato le leggi sull'immigrazione in vigore, il Mosè delle Alpi rischia una multa che potrebbe esser estesa fino a una somma economica pari a trentamila Euro. Non si esclude, tuttavia, la possibilità dell’attuazione della pena detentiva. I fatti, riportati dalla testata giornalistica “Dauphiné Libéré”, offrono una chiave interpretativa adatta a comprendere l’accaduto secondo una meticolosa attenzione per i particolari portati all’attenzione della stampa internazionale.
Passo del Monginevro, 1900 metri di altitudine. La guida alpina si imbatté con alcuni colleghi in un gruppetto di sei persone, stremate dal gelo causato dalle forti intemperie unite in perfetto connubio con raffiche di vento che, sferzando, si abbattevano duramente sui loro esili corpi, ormai stremati e privi di forza. Per sfuggire ai serrati controlli della frontiera, avevano camminato per ore immersi totalmente nella neve. “Abbiamo capito che tra questo ristretto gruppo di profughi vi era una donna incinta - ha spiegato Ducos - Così ho preso la decisione di portarla direttamente in ospedale senza alcuna esitazione.”
La giovane venne caricata immediatamente a bordo di un’autovettura con gli altri migranti, ma arrivati alle porte di Briançon al veicolo venne dato l’ordine di arrestarsi istantaneamente per ispezione e controlli doganali. Gli agenti, dopo essersi resi conto della gravità della situazione, prestarono le prime cure mediche alla madre, la quale nel giro di breve tempo fu accompagnata in un’idonea e adatta struttura sanitaria che fosse in grado di assisterla, nella quale diede alla luce il piccolo Daniel. Gli altri cinque compagni del Viaggio della Disperazione furono condotti alla stazione di Polizia di Briancon per accertarsi della loro provenienza e identità. Non fu immune all’ordinario trattamento burocratico e giuridico la guida alpina, che venne trattenuta dalle forze dell’ordine con l'accusa di aver favorito il processo di immigrazione clandestina, permettendo a diversi soggetti di accedere illegalmente all’interno del Paese.
Ducos potrebbe, quindi, esser ritenuto colpevole per aver svolto un’azione di salvataggio nei confronti di sei soggetti dispersi sulle montagne? Colpevolizzare quest’uomo significherebbe incominciare a delineare marcatamente la linea che denota il lento degrado nel quale volge un pianeta impregnato di corruzione morale come la Terra. Secondo quale principio etico un eroe che salva vite umane dovrebbe esser sottoposto a una pena pecuniaria o detentiva?
Dovremmo imparare a riconoscere i nostri confini e a proteggerli in maniera sempre più feroce o bisognerebbe che ognuno imparasse ad aprire in questi ultimi innumerevoli varchi per offrire il proprio aiuto rendendosi disponibile? Se veramente vogliamo lasciare di Noi un’impronta che ci permetta di esser ricordati dai posteri dovremmo incominciare a tralasciare l’atteggiamento prevalentemente ostile, bigotto, rigido e severo che definisce il nostro essere. Se si abbandonasse, però, in via del tutto definitiva la superficialità che caratterizza la nostra condizione esistenziale, ci potremmo accorgere di quante somiglianze e analogie intercorrono tra la nostra personalità e quella di un altro soggetto presentante caratteristiche e tratti somatici diversi dai nostri. Siamo fratelli della stessa Madre Terra e nel giorno della Pasqua dovremmo incominciare a rendercene conto, perché solo tramite il confronto e il dialogo è possibile scoprire veramente chi siamo e perché siamo qui, lasciando perdere i confini territoriali che sono nati con l’intento di separare e dividere, perché non esiste alcuna barriera architettonica naturale o artificiale che non sia espressamente e dichiaratamente voluta, approvata e accettata dalla mente umana ormai priva di valori.

Buona Pasqua a tutti Voi,

Francesco Pivetta

sabato 31 marzo 2018

Fuggire per Amore



Ripetutamente mi chiedo che cosa sia l’amore e in quali forme estetiche e intrinseche quest’ultimo si possa realmente tradurre. Normalmente non trovo alcuna risposta sensata nel visualizzare post contenenti immagini e aforismi che lasciano trasparire un’ampia percentuale di superficialità ed esibizionismo. Volendo trattare questa specifica e delicata area tematica non riuscivo a trovare alcun motivo che fosse d’ispirazione, alcun evento che realmente potesse aiutarmi nel modesto intento preposto di redigere e fissare definitivamente un pensiero, fino a quando la sorte, accompagnandomi amorevolmente per mano, mi ha fatto scoprire una straordinaria e stupenda storia d’amore che fonda le sue radici su una concezione di vita prettamente diversa da quella adottata dalla maggior parte dei soggetti che popolano la nostra ordinaria società contemporanea: un sistema di pensiero e d’azione assolutamente resiliente. Destinity e Israel, questi i nomi dei protagonisti della mia narrazione. Non due personaggi frutto dell’immaginazione e del processo di invenzione personale. Due volti, due cuori e due anime realmente esistite. Madre e Figlio. Con il termine “resilienza” in ambito psicologico s’intende la capacità di un individuo ad affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di estrema difficoltà opponendo un dosaggio di resistenza tale da permette a quest’ultimo di sopravvivere, continuando il proprio cammino, ossia l’intricato percorso che giunge alla scoperta del Senso della Vita. Questo fu lo spirito critico e l’atteggiamento assunto da Destinity, consapevole della caducità della propria condizione esistenziale e del pericolo nel quale il figlio, Israel, avrebbe potuto incorrere se la madre non avesse immediatamente preso adeguati e idonei provvedimenti che nel corso dell’incedere del tempo avrebbero permesso al figliuolo di cominciare a godere di maggiori diritti, rivelando le scelte della donna di notevole intuizione.                                         
Malata ormai da tempo, Destinity incominciò a pensare che lo Stato nel quale viveva con la sua famiglia non avrebbe potuto certamente essere il migliore per la crescita e lo sviluppo culturale di suo figlio, prossimo alla nascita. Il 9 febbraio 2018, al settimo mese di gravidanza, presa dalla disperazione, tentò la traversata del Colle della Scala, impiegando tutte le forze fisiche per compiere questa impresa titanica. Non era da sola, ad accompagnarla il marito nigeriano, anch'egli richiedente asilo politico. Senza alcun ritegno, dopo esser stati intercettati dalla gendarmeria francese vennero immediatamente riportati in Italia con un atto di inaudita e feroce violenza morale, come descrive anche Paolo Narcisi, presidente dell'associazione “Rainbow 4 Africa” che dall'inizio dell'inverno ha assistito almeno un migliaio di migranti a Bardonecchia: “Li hanno lasciati davanti alla saletta di Bardonecchia senza nemmeno bussare alla dottoressa che era di turno all'interno”.                       
Destinity, 31 anni, stava male. Non riusciva a respirare e nemmeno a stare seduta a causa di un linfoma che da diversi mesi stava mettendo a dura propria la giovane, che da qualche minuto giaceva stremata al suolo, avvolta dal gelo rafforzato dalle forti raffiche di vento che si abbattevano ferocemente contro il suo corpo e il suo ventre materno. La donna è stata successivamente trasportata in ospedale prima a Rivoli e poi al Sant'Anna di Torino, dove è rimasta ricoverata per oltre un mese. Nonostante le cure offerte dal personale medico della struttura sanitaria nella quale era ricoverata, Destinity morì poche istanti dopo aver dato alla luce il piccolo Israel, un grazioso pargolo che al momento del parto pesava meno di un chilo. 
"Le autorità francesi sembrano avere dimenticato l'umanità - dice Narcisi - I corrieri trattano meglio i loro pacchi". I gendarmi, anziché accompagnarla al vicino ospedale di Briancon, l'hanno scaricata davanti alla stazione di Bardonecchia come un pacco postale".
A rincuorarci, le notizie che vengono fornite dai dottori: “Il bambino ora pesa quasi novecento grammi. All'inizio ha avuto bisogno di assistenza durante il processo respiratorio ma attualmente sembra che il quadro clinico del paziente si stia stabilendo, presentando parametri accettabili. Sta diventando progressivamente sempre più autonomo e nel complesso possiamo definirci ottimisti, nonostante sembra prospettarsi un processo di cure particolarmente lungo.” - spiega Enrico Bertino del reparto ospedaliero di neonatologia.
Adesso, dopo aver delineato un quadro prospettico adatto a includere molteplici fattori che ci consentano di utilizzare una chiave interpretativa tramite la quale definire con assoluta e meticolosa precisione il contesto narrato, compiamo un passo indietro soffermandoci sulla frase precedentemente riportata: “I corrieri trattano meglio i loro pacchi”. Alla mente ritorna l’evento della scorsa settimana, portato all’interesse della stampa nazionale da Maria Bordoli attraverso la pubblicazione di un articolo intitolato: “Può il Sindaco spedire a Milano dodici immigrati?”, il quale narrava: “Leggo che il Sindaco di Gallarate ha messo sul treno dodici immigrati irregolari spedendoli, letteralmente, a Milano. Premesso che penso che il problema degli irregolari esista e che vada affrontato con spirito realistico e non con una dose eccessiva di buonismo, mi chiedo se questo comportamento sia consentito dalla Legge. Di questo passo, qualunque primo cittadino potrebbe comportarsi nello stesso modo”.
Ritornando alla riflessione principale, credo che ognuno di Noi, prima di addormentarsi abbia l’onore di pensare, anche solo per una frazione di secondo che, a pochi passi dal proprio letto, nel quale è possibile assaporare e gustare il caldo tepore scaturito dalle confortevoli coperte di cotone, in quel preciso istante vi sono tantissimi Destinity e Israel che cercano solo di raggiungere la salvezza: chi oltrepassando un confine segnato da barriere architettoniche naturali come in questo caso, chi attraversando il mare sopra un gommone (Cavalcando le onde seduti a cavalcioni sopra le cosiddette “carrette”, così come vengono definite le misere imbarcazioni utilizzate dai migranti per compiere il "Viaggio della Speranza") che sta maledettamente imbarcando acqua da tutte le parti mentre si levano all'immobile, attonito e impotente  firmamento grida di dolore, chi arrampicandosi su muri e staccionate ancorati al terreno che separano uno Stato dall'altro, una città dall'altra, un quartiere dall'altro, un fratello dall'altro. Sono ormai lontani i tempi del Muro di Berlino e della guerra fredda, di questo dovremmo incominciare ad accorgercene. Tra l’anno 1989 e il 2018 intercorre certamente un lasso temporale particolarmente tangibile e cospicuo eppure sembra che i comportamenti sociali uniti in perfetto connubio con l’odio razziale e divisorio siano rimasti pressoché immutati, nonostante il lento scorrere delle stagioni. Nell'era in cui viviamo, il nostro dispositivo mobile cellulare ci consente di rimanere sintonizzati con piattaforme sociali online attraverso le quali avviene una continua e perpetua condivisione di materiale digitale. Ma nella vita reale, siamo davvero sicuri di essere in grado di condividere passioni, sentimenti, emozioni, sensazioni e dolori? Nella vita reale siamo davvero propensi a supportare un nostro fratello? Disposti a porre un like, un’emoticon o una reaction in segno di apprezzamento, molto spesso ci rifiutiamo visibilmente di tendere una mano al prossimo che stramazza al suolo, chiedendo miseramente pietà. A volte, forse, basterebbe svincolarci dalla realtà virtuale, uscire dalla perenne schermata da videogame che contraddistingue il nostro vivere monotono per capire che in qualche parte del mondo vi sono tantissimi bambini come Israel e tantissime mamme come Destinity che stanno implorando il nostro aiuto che probabilmente non giungerà mai o cadrà nel distaccato, attonito e freddo rifiuto tipico di un mondo disumano. Mi chiedo, quindi, quale potrebbe essere il giudizio che le future generazioni attribuiranno al nostro operato inattivo, ma essendo un provocatore accanito e un amante delle domande retoriche chiudo la mia trattazione con un aforisma di Alessandro Manzoni che continua a trasmetterci un forte e simbolico messaggio da ben 197 anni: “Ai posteri, l’ardua sentenza”.

Francesco Pivetta

martedì 27 marzo 2018

FUGGIRE DALLA POVERTÁ

- Intervista a Don Mussie Zerai, l'angelo dei profughi

Antonio Paolillo

Anche se i motivi delle migrazioni dai paesi africani verso le spiagge europee sono ben noti, il racconto di un’esperienza diretta è sempre più esplicativo. Come mai ha lasciato l’Eritrea?
Ho lasciato il mio paese all’età di 16 anni in cerca di libertà e per fuggire lontano dal rumore della guerra. Sono nato e cresciuto durante la guerra e non ho conosciuto altro che paura, militari, coprifuoco, sospetti e spie. Ero stufo di tutto questo, volevo avere un futuro diverso dal presente in cui stavo crescendo. Ecco le motivazioni che mi hanno spinto a lasciare l'Eritrea (molte informazioni potrete trovarle nel mio libro Padre Mosè).

Durante la conferenza sulla migrazione tenutasi presso la USI di Lugano nel giorno 1 marzo lei ha parlato dell’importanza di aiutare i popoli africani nel proprio paese o agevolarne l’accoglienza nei paesi limitrofi. Cosa può essere fatto concretamente?
Aiutarli a casa loro è uno slogan di moda negli ultimi 20 anni, ma di fatto si è tradotto in sfruttiamoli a casa loro. Bisogna cambiare tutto questo. 1. Serve un piano di prevenzione di conflitti e guerre. 2. Serve un’etica nei rapporti commerciali che premia quei paesi più virtuosi che portano avanti un processo di democratizzazione nel paese, si sforzano di garantire i diritti fondamentali per la loro popolazione, e che quindi evitano il sostenimento di dittatori al potere solo per tutelare gli interessi delle multinazionali occidentali. 3. Avere un piano di protezione in caso di emergenza nei paesi limitrofi. Non basta allestire campi in mezzo al nulla, ma bisogna creare tutte le infrastrutture necessarie per garantire ai profughi l’accesso alla sanità, alle scuole, alle università, a case dignitose, e al lavoro, invece di abbandonarli nei campi profughi per anni. 4. Serve un canale di ingresso legale con visti umanitari, ricongiungimento famigliare, visti per studio, cure mediche, per sottrarre queste persone dalle mani di trafficanti e faccendieri che approfittano della loro disperazione.

Qual è la percezione che hanno gli aspiranti migranti dei paesi europei, specialmente dell’Italia in quanto uno dei porti più vicini? Esiste una sorta di “sogno europeo” o è solo il meno peggio?
L’Italia è solo un paese di transito, il 90% non vorrebbe restare, se non fosse costretto dall’accordo di Dublino. Il sogno europeo c’è, ed è stato alimentato per decenni dalla cooperazione internazionale finalizzata a creare consumatori finali, da tutto il retaggio coloniale, mass media ed i social network. Il tarlo che è stato insinuato in Africa è l’importanza di possedere, non essere. Quindi per sentirsi realizzati bisogna avere una casa piena di beni come TV, frigorifero, tutte le varie tecnologie domestiche, la macchina, ed altre cose come queste. Ma non si può avere tutto questo guadagnando un dollaro al giorno. Ecco che scatta la voglia di andare a cercare altrove. Ma non tutti partono per queste ragioni anzi la maggioranza parte per dare un futuro alla propria famiglia, garantire ai figli un’educazione, salute e pasti regolari. Poi ci sono i migranti forzati che lasciano la propria casa a causa di guerre o persecuzioni o calamità naturali come la desertificazione che avanza. Loro non hanno altra scelta se non migrare.

Sono circa 2,7 milioni gli immigrati di diverse provenienze che hanno un contratto di lavoro regolare in Italia (circa l’11% della forza lavoro del paese). Crede che questo sia un dato che sottolinea una buona integrazione?
Queste persone producono il 9% del pil nazionale, pagano circa 11 miliardi di contributi all’Inps, grazie a loro 650 mila italiani prendono la pensione. Tutto questo è un contributo al bene comune dell’Italia. In cambio, però, loro non ricevono quasi nulla - solo l'1,75% di queste risorse gli vengono restituite in termini di (dis)servizi, perché le cose non funzionano come dovrebbero. Integrazione non significa avere lavoro e reddito, bisogna vedere che tipo di inclusione sociale, economico e culturale sia stata fatta: che spazio hanno queste persone nella vita sociale? sono consultati nelle decisioni che prede un’amministrazione? La risposta è no. I mass media non parlano del loro contributo, solo di cronaca. Quindi siamo ancora lontani da poter dire integrazione riuscita.

Concludendo, c’è un consiglio che vuole lasciare per gli accoglienti nel modo di porsi verso gli accolti?
L’accoglienza non è fare elemosina, ma riconoscere l’altro come portatore degli stessi diritti e dignità che hai tu. Gli devono essere garantite, quindi, le stesse cose che sono riconosciute ad un autoctono. L’altro che arriva è una persona con il suo passato, la sua cultura, fede, sogni per il futuro. Bisogna quindi trattarlo come soggetto avente il diritto di autodeterminare il proprio futuro, non come oggetto da sistemare da qualche parte senza mai tenere in conto le sue esigenze personali. Rispetto!

lunedì 26 marzo 2018

Helena Maleno y Mussie Zerai: «Estamos cediendo nuestra libertad a cambio de seguridad»

CABECERA MN RETINA


Helena Maleno y Mussie Zerai
Por: Javier Fariñas - 26/03/2018
[Fotografía superior: José Luis Silván]


El sacerdote eritreo P. Mussie Zerai, y la periodista e investigadora española Helena Maleno, han recibido el Premio MUNDO NEGRO a la Fraternidad 2017 en el transcurso del 30º Encuentro África, celebrado a primeros de febrero en Madrid. Después de la jornada de clausura han hablado para nuestra revista sobre migraciones y personas.

Un migrante es…
Helena Maleno (HM). Una persona en movimiento.
Mussie Zerai (MZ). Una persona cargada de esperanza, que sueña con la libertad y que quiere un futuro digno.

Si hablamos de personas, de esperanza, de libertad y dignidad, ¿por qué se presenta la realidad migratoria como algo negativo?
HM. Porque es una estrategia de la política de control de fronteras y del racismo institucionalizado que está en muchos países: entender a la persona como una cosa, entenderla en el mercado laboral y no como una ciudadana de pleno derecho. Eso permite mantener diferencias, desigualdades y crear la opinión de que la migración es algo negativo y no positivo.
MZ. Siempre ha habido chivos expia­torios, y en este momento se está usando a la migración como el chivo expiatorio de la quiebra política y económica que sufre nuestra sociedad. Ellos son la excusa, ellos son los que ‘nos roban el trabajo’, los que ‘cometen los crímenes’… En el fondo, se trata de esconder nuestras propias responsabilidades.

Helena, en la presentación del Encuentro África usted aludió a la cifra que va a destinar Europa a la defensa de las fronteras. Estamos, por tanto, ante algo que trasciende la política. Esto es un gran negocio.
HM. El control migratorio está moviendo muchísimo dinero y eso lo saben las industrias de la guerra. Las industrias europeas que venden armamento a África y a Oriente Medio son las que están ahora gestionando el control migratorio. Estamos hablando de una guerra de fronteras y de cifras exorbitantes. En 2022 la Unión Europea se va a gastar 292 billones de euros en el ­control ­migratorio. Están las industrias de la guerra, pero también las industrias criminales con las que trabajan, y que están también en la frontera. Se trata, en definitiva, del doble negocio de crear la guerra, crear el movimiento y, después, frenarlo. Estamos hablando de una militarización de las fronteras. Algunos hablan de guerra de fronteras de baja intensidad, pero nosotros hablamos de una guerra de fronteras real, donde los muertos los pone África.


Rescate Médicos Sin Fronteras
Rescate a cargo de Médicos Sin
Fronteras.
Fotografía: Julie Remy /MSF

Padre Mussie, junto a esa industria de la guerra de la que habla Helena, usted conoce otra gran industria, las mafias que trafican con personas en el Sinaí.
MZ. Todo es un negocio. La palabra seguridad esconde un gran negocio para mucha gente. Hay que crear una sensación de miedo para justificar esta inversión. De algún modo, se da una cooperación entre los Estados y los traficantes de personas, porque si los Estados cierran las fronteras y clausuran el paso de las personas, están favoreciendo, de hecho, a los traficantes de personas. Y luego está el tráfico de órganos. ¿Quién se beneficia de ello?: los países ricos, las personas que pueden permitirse comprar un órgano para salvar su vida, mientras el pobre morirá en el desierto, en el Mediterráneo, abandonado en su país de origen o en cualquier país de tránsito.

En esta historia los migrantes son los perdedores. ¿Por qué en la sociedad occidental no nos percatamos de ello?
HM. La sociedad europea ha normalizado esa guerra de fronteras y esas víctimas. Normalizar la violencia, y nosotros lo hemos visto en nuestra frontera sur, significa que cuando mueren 14 personas en la playa del Tarajal, en Ceuta, por efecto de la utilización de medios antidisturbios, tenemos un auto judicial que dice que no había que activar los sistemas de rescate porque ellos mismos se pusieron en peligro. Hay muertes en las fronteras y no hay responsabilidades judiciales, por lo que nuestros resortes democráticos no valen en esos contextos de ‘no derecho’. Esto tiene su raíz en el racismo neocolonial que sigue existiendo en la sociedad. ‘Los negros se mueren pronto’, ‘los negros son pobres’, ‘los negros… es normal que se ahoguen’. Se ha normalizado esa violencia y se mira para otro lado. Tarajal es ejemplo de una violencia necesaria para mantener nuestro sistema neocolonial y un sistema de personas que ya no son tales, sino que son esclavos o esclavas que forman parte de ese modelo de esclavitud heredado de la época colonial.

¿La ciudadanía es, en algún modo, responsable?
MZ. La sociedad está dividida, fraccionada. Se vive individualmente. Incluso el ámbito familiar se limita a la mínima expresión. Basta con que yo esté bien. Este individualismo ha generado un efecto: no debo preocuparme del otro, no debo ocuparme de nadie más. Ese es un gran problema en toda Europa. Luego, el que viene de fuera, sobre todo el que viene de África, no es plenamente aceptado como persona. Pensar que el otro es igual que yo, igual en dignidad, igual en derechos, y que tiene el derecho de pensar en su propio futuro, no está plenamente aceptado ahora en Europa. En los últimos 20 años, 30.000 personas han muerto en el Mediterráneo, y otras tantas en el desierto, y esto ya no causa un impacto en la sociedad. Y desde los Estados nos trasladan que estos muertos son necesarios para defendernos de las invasiones, para que nosotros podamos mantener nuestro estatus, nuestro bienestar, nuestra seguridad. Esta política provoca una especie de lavado de cerebro de la opinión pública que se desentiende de la solidaridad, de la generosidad, de la corresponsabilidad colectiva. La democracia está en entredicho. La democracia es un contenedor que se ha vaciado de valores como la libertad, la justicia o los derechos fundamentales de la persona. Tenemos una democracia solo de fachada.


Rescate Médicos Sin Fronteras
Rescate a cargo de Médicos Sin
Fronteras. Fotografía: Julie Remy

¿Y los medios de comunicación?
HM. Para mí tienen una responsabilidad muy grande. Cuando hay una guerra, necesitamos medios de propaganda, y los medios se han convertido en un medio de propaganda eficaz para normalizar esa guerra de fronteras y esas muertes. Y se ha hecho usando lenguajes muy duros, lenguajes que no se adaptaban a la realidad. Se utilizan términos como ‘invasión’, ‘ilegales’, ‘mafias’… Todo eso lo ha hecho el lenguaje, pero no solo el lenguaje, sino también las fuentes. Cuando pasa algo en las fronteras, ¿quiénes son nuestras fuentes informativas? ¿A quién se recurre? En Tarajal hasta que no demostramos que se había usado material antidisturbios, los medios solamente creyeron la información oficial, institucional. Los verdaderos protagonistas no tienen voz ni espacio. En esta guerra de fronteras, los medios tienen una parte muy importante de responsabilidad.

¿Qué impacto tiene este discurso en la sociedad?
HM. El ministro del Interior español explicó hace unas semanas que Mohamed Bouderbala, el argelino que había muerto en la cárcel de Archidona, donde estaba retenido como si fuera un centro de internamiento, había fallecido en una celda de aislamiento. Una persona acaba de llegar en patera y está en una celda de aislamiento, un ministro del Interior puede decir tranquilamente a la sociedad que esa persona estaba allí, un juez dice que se ha suicidado, que no hay responsabilidades, que no hay que investigar, y no hay manifestaciones en la calle. Hemos normalizado que una persona que llega a España pueda morir en una celda de aislamiento. Estamos en unos niveles democráticos y de derechos humanos bastante bajos. Tenemos una policía de fronteras que ejecuta ese racismo institucional, no es una policía que protege, sino que genera esa indefensión.

¿Hemos mirado tanto a Trump que nos hemos olvidado de lo que pasa en nuestra frontera sur?
MZ. Con Trump se ha hecho evidente el racismo de Estado, ha cambiado el concepto de racismo de Estado en el modo de usar el lenguaje, en el modo de afrontar este tema. Insiste en la construcción de un muro que haga una selección de la gente antes incluso de que llegue al país. Aunque más que la construcción del muro físico, está primado la construcción de un muro ideológico, una división entre la población norteamericana y la del sur del mundo. Por eso, cuando la gente llega a Estados Unidos está ya criminalizada, y entre la población ya está inoculado el virus del miedo. Esta situación genera una cerrazón al otro, incrementa la sensación de inseguridad, que suscita un incremento de la presencia militar cuyo beneficiario inmediato es el lobby armamentístico que le ha votado. Por tanto, Trump está haciendo bien su trabajo, porque está generando un mercado donde vender más armas, más instrumental de seguridad, de control, drones, sensores eléctricos… a estos grupos de presión y fabricantes de armas que le han votado. Son, en definitiva, instrumentos que sirven para tener controlada a la población, no solo a los que están fuera, sino también a los que están dentro. Poco a poco, estamos cediendo nuestros derechos a cambio de seguridad; estamos cediendo nuestra libertad a cambio de seguridad y el daño no es tanto para el que llega de fuera, sino para uno mismo, porque al final la vallas se convierten en jaulas para los que están dentro.

Joven inmigrante
Una joven migrante desembarca
en Palermo, el pasado 18 de enero
del buque español Santa María.
Fotografía: Getty

La idea es demoledora.
MZ. El que está fuera del muro está libre, pero el que está dentro soy yo. Trump y todos los que siguen esta política no tienen interés alguno en escuchar a las miles y miles de personas que se plantan en las plazas a denunciar esta realidad, aunque denuncien que esto no es una democracia real. A la gente que está en el poder no le interesa cuánta gente hay gritando en las plazas. Solo verán a la gente si su grito favorece los intereses de la clase política. Pero si la gente grita contra el poder, contra sus intereses, nadie les escuchará. Ciertas decisiones que se toman en los parlamentos no dan respuesta al sueño que se percibe en la población. Distraen a la gente con otros ­temas, generando, creando situaciones de miedo, de terror… Pero la gente no es escuchada.
HM. La frontera con más nivel de desigualdad en el mundo no está en Estados Unidos, está en Ceuta y Melilla, y la separa una valla llena de concertinas que ha hecho una empresa española. Es una frontera en la que mueren, en avalanchas cada vez más frecuentes, mujeres trabajadoras, las llamadas porteadoras, mujeres que llevan 50 o 60 kilos en sus espaldas y que ganan 5 euros al día. Esa es la frontera más desigual del mundo. Cuando pienso en Trump pienso en las mujeres. Trump es el reflejo de esa sociedad de los muros, es el reflejo de esa sociedad que mata a las mujeres. Eso es algo muy importante de explicar, porque si hay algo muy presente en las fronteras es la infancia migrante y es la mujer como objeto de consumo. Además, sobre el asunto de la construcción de los muros, pensamos que por estar dentro del muro estamos seguros, y no es verdad. Ya lo decía Saskia ­Sassen en su libro Expulsiones, cuando hablamos en el norte global de los ­desahucios, esas personas desahuciadas ¿están dentro o fuera del muro? Estamos construyendo un sistema de expulsiones donde hay unas grandes ciudades administrativas y financieras que se protegen con muros, pero en el norte global también se dan expulsiones. Creo que Trump es el reflejo de una nueva forma de hacer política que favorece ese sistema, que explica que los Estados han perdido el poder a manos de esos grandes lobbys financieros. En Europa tenemos otros Trump. ¿Qué diferencia hay entre Macron y Trump? ¿Qué diferencia hay entre Rajoy y Trump? ¿Qué diferencia hay entre todos esos movimientos de extrema derecha que están surgiendo en Europa y las políticas de Trump? Las diferencias son pocas. Miremos los muros que estamos construyendo aquí: separan la mayor desigualdad que existe en el mundo.

Hablando de extrema derecha, ¿qué pensó cuando el movimiento Defend Europe fletó un barco, el C-Star, para impedir el trabajo de las oenegés que ayudan a los migrantes en el Mediterráneo?
HM. Es la escenificación en la sociedad civil de eso que ya está haciendo Frontex. No nos engañemos, Frontex es una policía de fronteras que disimula su acción policial con un discurso de salvaguarda de la vida en el mar. Pero Frontex ha provocado muertes y es responsable directo de ese genocidio que se produce en el Mediterráneo. Como consecuencia de esas políticas pagadas con nuestros impuestos es normal que salgan grupos de personas que vayan a hacer lo mismo que Frontex desde una posición de sociedad civil organizada. Ese barco es, como Frontex, una vergüenza para Europa. Lo que se me vino a la mente al conocer la noticia fue cómo podemos haber sembrado tanto odio, cómo puede haber gente joven que se echa al mar para hacer esto. Hemos sembrado tal odio, que cuando siembras odio recoges odio.


Mussie Zerai y Helena Maleno
Mussie Zerai y Helena Maleno
durante el Encuentro África.
Fotografía: Javier Sánchez Salcedo

Mussie Zerai, el primer ministro eslovaco, Robert Fica, dijo en diciembre que no existe ningún derecho humano a emigrar a la Unión Europea. Por otra parte, desde Frontex se ha criminalizado el trabajo de las oenegés y ha denunciado que se han convertido en taxistas de los migrantes y hacen el trabajo sucio a las mafias. ¿Qué opinión le merece esto?
MZ. Negar el derecho a la emigración que aparece en la Declaración Universal de Derechos del Hombre… Todo ciudadano es libre de moverse, dejar la propia tierra, desplazarse a otro lugar y poder volver. Este derecho debe estar garantizado por todo el mundo. El ministro debe recordar cuántos de sus compatriotas son migrantes, y que mientras que su derecho está siendo respetado, no ocurre lo mismo con el de otros. Frontex criminaliza a las oenegés y la solidaridad, pero esconde su propia responsabilidad. Si nos preguntamos cuándo las oenegés han comenzado su labor de rescate y salvamento en el mar, nos encontramos un hecho clave: en 2013, en tan solo una semana 1.000 personas murieron en el Mediterráneo. El 3 de octubre de 2013 murieron 368 personas, y una semana después otras 700 personas. Después de estas tragedias las oenegés comenzaron a operar en el mar, no se podía asistir pasivamente a la transformación del Mediterráneo en un cementerio a cielo abierto. Los Estados tienen la obligación moral y legal de proteger y salvar la vida humana, y no lo han hecho. ¿Qué va a denunciar? ¿Que el propio Estado no ha cumplido con su trabajo y que las oenegés han venido a cubrir un hueco que estaba abandonado?

Esto ha sido muy evidente en Libia después de Gadafi.
MZ. Después de la caída de Gadafi las aguas territoriales libias se convirtieron en el lejano oeste. Se disparaba, se mataba… Sucedía de todo, y nadie hacía nada, nadie intervenía, nadie salvaba a las personas que estaban en peligro. Este fue el fallo de la Unión Europea, que ahora esconde criminalizando a las oenegés, criminalizando a quien se solidariza y coopera para salvar la vida humana. Es también responsabilidad de la OTAN, que intervino para derrocar el régimen de Gadafi, pero que no se ha ocupado de la seguridad del mar, de todas las personas que huían de Libia para llegar a un lugar seguro. Yo denuncié en 2011 el caso particular de una barcaza que partió de Libia con 72 personas apenas caído el régimen, cuando las aguas territoriales libias estaban controladas por la OTAN con un montón de barcos. Estas personas estuvieron a la deriva en el mar durante 15 días. 63 de ellas murieron de hambre y de sed. Cuando la barcaza fue avistada, avisaron a la guardia costera italiana, con la que yo también me puse en contacto cuando recibí una llamada de socorro. La base de la OTAN en Nápoles mandó un helicóptero y les tiraron agua y galletas. Les prometieron que enviarían a alguien a por ellos, pero nadie volvió. Un superviviente ha contado después que durante esos días se encontraron con diversas naves militares que se limitaban a fotografiarles y a grabarles en vídeo, pero no les ayudó nadie. Esto es responsabilidad de la OTAN y del Estado, que debía promover la defensa de la vida humana en el Mediterráneo y que no lo hace. Por eso las oenegés están ahí, cubriendo el vacío de los Estados porque no podemos dejar morir a las personas.

¿Qué importancia tiene que el papa Francisco esté haciendo de su pontificado una gran campaña de denuncia de la realidad de los migrantes?
MZ. Lo que el Papa está haciendo es una referencia para todo el mundo, primero de todo para que no perdamos nuestra humanidad, ni el sentido de solidaridad con el otro, ni la corresponsabilidad entre nosotros. Está llamando la atención para atender al más débil en una sociedad en la que ponemos la atención en los poderosos. El Papa dice lo contrario, el poderoso ya lo es, es el más débil el que sueña con la ayuda. De aquí a poco llegará el momento en el que miles de millones de personas serán descartadas por el sistema. El Papa está muy atento a la cultura del descarte, a esas personas que serán descartadas, que estarán completamente fuera de los escenarios político, social y económico, que estarán abandonadas, y que protagonizarán grandes conflictos entre empobrecidos. Este es el peligro contra el que insiste el Papa.

Maleno y Zerai
Maleno y Zerai durante la recogida del premio, el 3 de febrero. Fotografía: José Luis Silván

Una europea que vive en el sur, y un eritreo que vive en el norte han compartido este Premio Mundo Negro a la Fraternidad 2017. ¿Qué nos perdemos, como sociedad, si impedimos que los migrantes africanos vengan?
HM. Mis hijos se han criado en el Sur y no pueden tener mayor riqueza que comprender el Norte global, comprender el Sur y ser un puente. Muchos de los críos que están creciendo entre esos dos mundos que quieren separar con muros serán el puente para el futuro, y ese puente también está en Europa. Tenemos todas esas compañeras y compañeros que están viviendo aquí y que van a hacer de puente entre el Norte global y el Sur global y son esperanza para terminar con esas desigualdades. Y son, sobre todo, esperanza para que tengamos memoria, para que no perdamos la memoria histórica. Entre 1900 y 1915, 12 millones de italianos se fueron de Italia hacia otros destinos. Nos parece que eso está muy lejano, pero está muy cerca en el tiempo. Necesitamos acercar ese Norte global y romper los muros. Eso es lo que van a hacer esas personas que están viniendo, y los que que nacerán aquí y allí: tender puentes y derribar muros.
MZ. El futuro, conviene recordarlo, está en África y no en Europa. Mañana serán muchos los europeos que quieran ir a África. En el pasado, los europeos vinieron en masa a África, pero solo vinieron fuertemente armados, vinieron para ocupar, para hacerse los amos de la tierra africana. Mientras, los africanos que vienen hoy a Europa lo hacen pacíficamente, vienen en son paz, en busca de solidaridad, pero Europa olvida el pasado y su responsabilidad respecto a nuestro continente y les cierra las fronteras. De esta manera está también condicionando su futuro, porque su futuro está en Africa.