martedì 5 settembre 2017

Migranti, un complice coro di sì alla politica italiana dalla Ue. Anche se uccide la democrazia


di Emilio Drudi

Il vertice Ue di Parigi di fine agosto ha approvato in pieno la politica italiana sul “blocco dei migranti”. Il presidente francese Emmanuel Macron si è spinto ad affermare che gli accordi tra Roma e la Libia volti a impedire altri sbarchi in Europa vanno presi a modello. Giudizi analoghi sono venuti dal vicepresidente della commissione europea Frans Timmerman in occasione del Forum di Cernobbio, una settimana dopo. Era prevedibile. Parigi ha rappresentato il sigillo finale per il programma di respingimento inaugurato dall’Unione Europea oltre dieci anni fa ed attuato in più fasi, con l’obiettivo di esternalizzare i confini della Fortezza Europa, spostandoli il più a sud possibile e affidandone la custodia a Stati terzi, in Africa o nel Medio Oriente.
La prima fase è stato il Processo di Rabat, firmato dalla Ue e da 27 Governi del versante occidentale dell’Africa nel 2006 ed ormai entrato pienamente a regime. E’ l’accordo che ha praticamente chiuso la rotta del Mediterraneo occidentale, dal Marocco verso la Spagna, dirottando i flussi dei migranti verso altre vie di fuga. La seconda tappa si è concretizzata grazie all’intesa sottoscritta con la Turchia nel marzo 2016. Sulla scia dei trattati di Malta (novembre 2015), che prevedono di fermare i profughi in mare o prima dell’imbarco e di rimandare indietro quelli che sono riusciti ad arrivare in Europa, Ankara, in cambio di 6 miliardi di euro, ha sbarrato il Mediterraneo Orientale, la via più battuta nel 2015, con circa 850 mila arrivi in Grecia. Rimaneva aperta, a questo punto, solo la rotta del Mediterraneo Centrale, dalla Libia e dall’Egitto verso l’Italia. Ora si è chiusa anche questa, attuando in sostanza il Processo di Khartoum, l’accordo simile al Processo di Rabat che, fortemente voluto dall’Italia e sottoscritto nel novembre 2014, è entrato lentamente ma progressivamente a regime grazie a tutta una serie di patti bilaterali stretti tra l’Italia e vari Stati africani: l’atto conclusivo, quello che ha sancito il blocco definitivo anche  di questa via di fuga, è stato il memorandum firmato con la Libia di Fayez Serraj il 2 febbraio scorso. Non a caso, insieme a Francia, Germania, Spagna e Italia, al vertice di Parigi c’erano rappresentanti della Libia, del Niger e del Ciad, gli Stati ai quali è appaltato in concreto il compito di fermare i richiedenti asilo prima ancora che arrivino alle sponde del Mediterraneo.
La giustificazione addotta da Parigi, Berlino, Madrid e Roma è che si sarebbe di fronte a una autentica “invasione” che l’Europa non è in grado di sostenere: verranno accolti – si è detto – soltanto coloro che fuggono da guerra e persecuzioni mentre le porte dovranno restare chiuse per i “migranti economici”. A leggere i dati senza pregiudizi, però, non si profila alcuna invasione. Quest’anno, fino al 31 agosto, sono arrivati in Europa 129.446 migranti, pari allo 0,02 per cento della popolazione dell’intera Ue. La maggior parte, poco più di 98 mila, sono sbarcati in Italia ma si tratta ugualmente di una cifra più che sostenibile (lo 0,16 per cento della popolazione italiana) e facilmente gestibile con un adeguato sistema di accoglienza, sia su base nazionale che europea. E’ chiaro, insomma, che parlare di “invasione” non ha senso. A meno che non si voglia alimentare un clima isterico di allarme.
Del tutto pretestuosa appare anche la distinzione tra “perseguitati” in fuga dalla guerra e “migranti economici”. E’ difficile capire, infatti, perché mai morire di fame o travolti dalla carestia dovrebbe essere molto diverso dal morire ammazzati dagli sgherri di un dittatore o sotto le bombe di una guerra. Quella della stragrande maggioranza delle donne e degli uomini che si rivolgono all’Europa è una “fuga per la vita”: questa è la realtà, anche se a Parigi, per l’ennesima volta, le cancellerie europee non hanno voluto vederla.
Non solo. Con l’ultimo giro di vite attuato da Roma, il blocco riguarda tutti, anche i richiedenti asilo che a parole l’Europa si dice disposta ad accogliere perché “in fuga dalla guerra”. Migliaia di donne, uomini, ragazzi nei confronti dei quali si stanno attuando sistematicamente dei respingimenti di massa, effettuati per mano della polizia libica, sudanese, egiziana, ciadiana, nigerina. Confinati in Libia o in pieno Sahara, nessuno di loro ha la possibilità di presentare una richiesta di asilo. A Parigi, rilanciando una promessa fatta ormai tante volte da essere ormai inflazionata, si è detto che saranno previsti in Africa hot spot dove esaminare la posizione di ogni singolo richiedente asilo. Ma non si è spiegato in alcun modo dove e come questi hot spot dovrebbero essere realizzati, in che tempi, sotto quale gestione, con quali garanzie di sicurezza, tutela e condizioni di vita dignitose. Finora si è pensato solo a respingere e basta. Quanto a tutto il resto, in concreto non c’è nulla. Nemmeno per chi scappa, ad esempio, dalla dittatura eritrea (associata, peraltro, nel Processo di Khartoum), dalle stragi del Sud Sudan, dai massacri del Darfur in Sudan, dal caos ultraventennale della Somalia, dallo Yemen sconvolto da una guerra che colpisce indiscriminatamente e sistematicamente anche obiettivi civili come ospedali e scuole e da una micidiale epidemia di colera. O, ancora, nemmeno per chi ha dovuto abbandonare il Mali, dove la guerra iniziata con la rivolta tuareg nel 2012, non è mai davvero finita e segna anzi una nuova escalation. Oppure, per chi cerca scampo dalla ferocia delle bande di Boko Haram in Nigeria.
Niente di niente. Da mesi sono tutti respinti indiscriminatamente. E si vanta il risultato che anche sulla rotta del Mediterraneo Centrale il flusso ora è in calo. Ma quanti di questi “respinti” sono morti o stanno morendo intrappolati in Libia o nel Sudan? Quanti sono ormai spariti nell’orrore dei lager libici o sudanesi? Quanti sono stati riconsegnati ai miliziani o alla polizia che opera spesso in combutta con i trafficanti? Quanti sono stati rimessi nelle mani delle dittature da cui sono fuggiti? Nessuno lo saprà mai con esattezza. Il quadro si sta però già delineando almeno in parte grazie alle testimonianze che cominciano a filtrare. Sono sempre più numerosi gli eritrei della diaspora, ad esempio, che ricevono richieste di aiuto da fratelli, familiari, amici bloccati dalla Guardia Costiera libica e rimessi spesso nei centri di detenzione dove, prima di imbarcarsi, hanno subito ogni genere di maltrattamenti, fino a vere e proprie torture. “E’ una situazione terribile – denuncia Abraham, a nome del Coordinamento Eritrea Democratica – si tratta di migliaia di persone che in Europa non possono più arrivare, che in Eritrea non possono tornare per non cadere in balia della dittatura messa sotto accusa dalla loro stessa fuga e che sono costrette, dunque, a restare nel caos della Libia, in quei centri di detenzione descritti da decine di rapporti come autentici gironi infernali. Persone che, oltre tutto, non hanno più neanche un soldo per cercarsi altre vie di fuga o persino per sopravvivere: abbiamo notizia di madri costrette a elemosinare per cercare di sfamare i propri bambini…”. Appelli analoghi arrivano dal Sudan, dove vengono segnalati centinaia di giovani gettati in carcere dalla polizia in attesa del rimpatrio forzato in Eritrea.
I protagonisti del vertice di Parigi non possono non essere al corrente di tutto questo. Ma non ne sembrano impressionati. Appellandosi al fatto che comunque la maggioranza dei richiedenti asilo sarebbe formata da “migranti economici”, se la sono cavata promettendo che verranno messe in campo politiche di sostegno e sviluppo nei paesi d’origine “sicuri”. Ma cosa si intenda per “paesi sicuri” lo dimostra il ricatto fatto dalla Ue all’Afghanistan nell’ottobre 2016, quando Kabul è stata costretta ad accettare il rientro di 80 mila profughi in cambio dei 3,5 miliardi di euro promessi da tempo per la ricostruzione del paese. Ecco, una delle giustificazioni addotte da Bruxelles era che tutto sommato l’Afghanistan sarebbe ormai “sicuro”. Peccato che pochi giorni dopo un rapporto dell’Onu abbia definito il 2016 l’anno peggiore e con il più alto numero di vittime civili dall’inizio della guerra nel 2001. I dati degli ultimi cinque anni sono eloquenti: 7.590 vittime civili tra morti e feriti nel 2012 e poi, via via, 8.638 l’anno successivo, 10.535 nel 2014, oltre 500 di più, 11.034, nel 2015 per arrivare poi a 11.418 (di cui 3.498 morti e 7.920 feriti) nel 2016. E nel 2017 il trend è ancora spaventoso: 5.243 vittime fino al 30 giugno, con 1.662 morti e 3.581 feriti. Non a caso, dall’inverno scorso, di fronte alla prospettiva di essere costretti a rimpatriare, si sono moltiplicati i suicidi tra i giovani profughi afghani. Ha suscitato grande eco, ad esempio, la sequenza di ben sette casi in pochi giorni in Svezia, nel mese di febbraio. L’ultimo caso si è verificato in questi giorni in Italia, a Milano.
Non solo. Mentre promettono interventi per “aiutare i migranti a casa loro”, Parigi, Berlino, Roma e Madrid fingono di ignorare che gran parte delle situazioni di crisi, guerre, carestie, fame endemica da cui quei migranti fuggono sono provocate proprio dalle scelte fatte dalle cancellerie europee e occidentali in genere. Per aiutare davvero i migranti “a casa loro” sarebbe necessario cambiare totalmente la politica del Nord nei confronti del Sud del mondo. Un segnale concreto in questo senso potrebbe essere, ad esempio, un “piano Marshall” per l’Africa. Ma, per ammissione degli stessi vertici Ue, non ce n’è traccia. E ognuno degli Stati presenti a Parigi persegue in Africa e nel Medio Oriente politiche che obbediscono a propri, precisi interessi economici e geostrategici, assai spesso in armonia con i governi dai quali i migranti fuggono. Governi che sono non di rado vere e proprie dittature ma anche sistemi di democrazia formale i cui leader, però, sono in realtà lontanissimi dalla gente, élites che hanno privatizzato o addirittura patrimonializzato lo Stato e le sue istituzioni ad ogni livello, per il proprio interesse personale o di clan, condannando la popolazione ad un limbo senza prospettive e ricorrendo magari alla violenza contro chi tenta di ribellarsi.
E’ questo il punto. L’Europa, il continente più ricco del mondo, pretende in sostanza che il problema dei profughi sia scaricato sui paesi di transito e prima sosta. Così urla all’invasione per alcune decine di migliaia di sbarchi, che sono un’inezia di fronte, ad esempio, al milione e passa di profughi ospitati in Uganda, il milione e 200 mila rifugiati in Libano, gli oltre 900 mila accolti in Etiopia, le centinaia di migliaia del Kenya. E sulla scia di questa isteria ha deciso di arroccarsi come in una fortezza di fronte ai disperati che bussano alle sue porte in cerca di aiuto. C’è chi dice, riferendosi alle ultime scelte del governo italiano, che adesso almeno si prospetta una “gestione del problema”, largamente approvata a livello europeo. Può essere vero: da qualche mese è più netta e decisa la “gestione” condotta da Roma. Ma è una gestione costruita sulla pelle, anzi, sulla vita stessa dei migranti. D’intesa con Bruxelles. In tutti i vertici europei degli ultimi anni, infatti, anche se il tema erano i migranti e i rifugiati in realtà non si è mai parlato di migranti e rifugiati. Non si è cercato di capire chi sono, da quali condizioni fuggono e perché, come sottrarli al ricatto dei trafficanti magari istituendo canali legali di immigrazione, come adeguare i sistemi di accoglienza alle esigenze che si sono profilate. E meno che mai si è deciso di verificare se i criteri per la concessione dell’asilo o di altre forme di tutela internazionale siano ancora adeguati o vadano invece rivisti e ampliati alla luce dei nuovi problemi emersi nel tempo: ad esempio, per i migranti ecologici e ambientali o magari per le vittime degli effetti devastanti del land grabbing, la rapina delle migliori terre coltivabili da parte di grandi società sovranazionali, che ha moltiplicato gli effetti della carestia in molti paesi, riducendone la capacità di produrre per il fabbisogno alimentare interno della popolazione.
Nulla di tutto questo. Si è sempre e solo discusso di come fermarli, i migranti, prima che possano arrivare in Europa. L’incontro di Parigi non si è sottratto a questa regola. Allora quell’ipocrita “aiutiamoli a casa loro” suona piuttosto come un “aiutiamoli a morire a casa loro”. Ignorando i fondamenti della nostra democrazia. Già, la nostra democrazia. Il ministro Marco Minniti è arrivato a dichiarare di aver temuto che la “crisi dei migranti” potesse mettere a rischio la tenuta democratica del Paese: è da questo timore che sarebbero state dettate le misure di chiusura e respingimento adottate. E’ vero: la nostra democrazia, i principi del nostro “stare insieme”, sono a rischio. Ma non per la pretesa invasione di migranti, come sostiene Minniti. Sono a rischio proprio per i provvedimenti presi negli ultimi anni da Roma e da Bruxelles, calpestando i diritti umani più elementari e i valori di libertà, uguaglianza, solidarietà, giustizia che sono la base della Costituzione Repubblicana e dell’idea stessa di Europa.




Tratto da: Tempi Moderni

mercoledì 30 agosto 2017

Chi denuncia Don Mussie infanga ognuna/o di noi

http://www.a-dif.org/2017/08/12/chi-denuncia-don-mussie-infanga-ognunao-di-noi/

Piergiorgio Todeschini (Brescia)
Maria Gabriella Giometti (BresciSiamo persone privilegiate perché nel nostro cammino abbiamo incontrato una persona straordinaria come Don Mussie Zerai, da cui tanto tuttora impariamo. Lo abbiamo incontrato quando c’era da piangere e celebrare i morti e quando c’era da salvare i vivi, chiunque, indipendentemente dalla provenienza. Abbiamo apprezzato negli anni lo scrupolo con cui ha sempre operato nel pieno rispetto di quelle istituzioni – come la Guardia costiera italiana – impegnate ad affrontare drammi umanitari che passeranno alla storia, considerandole partner di riferimento, soggetti a cui affidare la sorte di chi era sull’orlo dell’abisso, in mare così come nei paesi di transito.
Lo abbiamo conosciuto mentre sosteneva “Mare Nostrum” e mentre tentava di far conoscere l’osceno commercio di organi nelle montagne del Sinai. Lo abbiamo visto, infaticabile, gettare fiori in memoria della strage del 3 ottobre insieme ai sopravvissuti, lo abbiamo sentito denunciare con forza l’inerzia complice dei governi europei, incapaci di far terminare la strage ventennale che si realizza nel Mediterraneo Centrale.
Ne abbiamo condiviso il coraggio quando, con pochi altri, raccoglieva o rispondeva a chiamate di soccorso che sarebbero altrimenti rimaste senza esito, trasmettendole immediatamente alle istituzioni competenti nel rispetto di quanto previsto dalle legislazioni nazionali e internazionali. Tra l’omissione di soccorso e l’intervento umanitario non ci sono margini di scelta.
Abbiamo gioito speranzosi quando è stato proposto per il Nobel per la Pace: lo abbiamo considerato un segnale importante, soprattutto perché Don Mussie cominciava a ricevere minacce esplicite dal governo eritreo.
Quando ci capita di incontrare uomini o donne che si sono salvati grazie al suo intervento, dichiararsi suoi amici significa ricevere uno sguardo di gratitudine eterna. Don Mussie Zerai lascia dietro di sé l’immagine di una persona umile a cui si deve semplicemente la vita.
Eppure, in questi giorni di pausa d’agosto e di guerre in arrivo, si prova, ancora una volta, a screditare il suo operato, a insinuare sospetti, dubbi, mezze verità. Siamo certi che quando incontrerà i suoi accusatori, Don Mussie saprà difendersi e far valere le ragioni della solidarietà. L’impresa di metterlo sul banco sugli imputati si rivelerà fallimentare e suicida Su quel banco dovranno un giorno finirci i responsabili, a vario titolo, di stragi, sofferenze, violenze, violazioni dei diritti umani, e coloro che contribuiscono a sostenere la dittatura di Isaias Afewerki. Ma nel frattempo il dubbio sulla sua figura si insinuerà – come è già successo per le Ong che salvano i migranti in mare – erodendo l’onorabilità di chi agisce disinteressatamente per aiutare il prossimo. Colpendo, anche solo col sospetto, Don Mussie si finirà per colpire i tanti uomini e le tante donne che hanno deciso di restare dalla parte degli ultimi. Non possiamo permettere che il “reato di solidarietà” si imponga come un dato di fatto, nutrito da populismi xenofobi, interessi geopolitici, disinformazione o cattiva informazione diffusa, e avveleni ancora di più il nostro paese, già incamminato verso un declino morale e politico.
Per questo siamo con Don Mussie Zerai e invitiamo uomini e donne di ogni fede e cultura politica a schierarsi dalla sua parte: non solo per il profondo rispetto che non si può che nutrire nei suoi confronti, ma perché nell’insensata logica di distruzione di ogni senso civico, di ogni barlume di solidarietà, la prossima vittima potrebbe essere ognuno/a di noi.

ADIF Associazione Diritti e Frontiere
(Fulvio Vassallo Paleologo, Stefano Galieni, Alessandra Ballerini, Sergio Bontempelli, Amalia Chiovaro, Cinzia Greco, Daniela Padoan)
Per adesioni info@a-dif.org

Primi Firmatari
Sen. Francesco Martone, Alessandro Dal Lago (Genova), Comitato Nuovi Desaparecidos nel Mediterraneo, Cornelia Isabelle Toelgyes (Cagliari), Nicola Teresi, Emmaus Palermo, Maurizio Acerbo (Segretario Prc S.E.), Paolo Maddalena (Vicepresidente Emerito della Corte Costituzionale), Giuseppina Cassarà (medico Palermo), Avv. Paola Regina (Milano), Giovanni Maria Bellu (presidente dell’Associazione Carta di Roma), Annamaria Rivera (Antropologa, attivista antirazzista), Roberto Loddo (Il manifesto sardo), Stefano Pasta (giornalista, Milano), Stefania Ragusa (giornalista Milano), Barbara Spinelli (parlamentare GUE/NGL), Giuseppe De Marzo (Responsabile Nazionale di Libera per le politiche sociali, Rete dei Numeri Pari), Luigi De Giacomo, Domenico Stimolo (Catania), Livia Apa (Napoli), Moreno Biagioni (Firenze), Gigi Bettoli (Gorizia), Giovanna Vaccaro, Chiara Sasso – Rete Comuni Solidali (Carmagnola Torino), Cristina Neri, Flavia Santarelli, assistente sociale, (Roma), Ruggero D’Alessandro (scrittore, saggista, docente, Lugano, Svizzera), Giancarlo Pavesi Incerti, Alessandra Coppola, Emanuele Petrella (CoOperatore sociale), Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, Loretta Mussi, Francesca Koch (Casa Internazionale delle Donne, Roma), Raffaella Lavia, Anna Camposampiero (Milano), Cristina Mantis, Anna Polo, Franco Lorenzoni, Daniele Barbieri, Andrea Billau (Giornalista e conduttore su Radio Radicale della rubrica Fortezza Europa), Antonella Barranca (Milano), Eugenio Viceconte (Roma), Lorena Fornasir, Alessio Di Florio, Annalisa Romani (Parigi), Alessandro Mascoli (Collettivo Lavoratori Capitolini), Franco Cilenti ( Redazione periodico Lavoro e salute Torino), Nelly Bocchi, Marco Gaibazzi, Sara Soldi, Floriana Lipparini, Daniela Radaelli (Milano), Leondardo De Franceschi, Guido Viale, Rete Femminista “No muri, No Recinti”, Carla Cengarle, Annamaria Mandese, Michele Citoni, Edda Pando (Ass. Culturale Todo Cambia), Michele Del Gaudio, Alessandro Triulzi, Redazione “I SICILIANI”, Giovani, Caruso Castrogiovanni, Paolo Vernaglione Berardi, Alessandro Natalini, Roberta Pappadà, Andrea Perissi, Piero Scarselli (Firenze), Armando Michelizza, Alex Zanotelli, Federico Oliveri (ricercatore aggregato, Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace, Università di Pisa), Sveva Haertter, Alessandra Mecozzi, Luisa Morgantini, Ciss/Cooperazione Internazionale Sud Sud, Leonardo Cavaliere, minoristranierinonaccompagnati.blogspot.com, Silvia Marani, Kátia Lôbo Fiterman Giornalista e attivista sociale per i Diriti umani (Firenze), Gennaro Avallone (Ricercatore, Università di Salerno), Nicoletta Pirotta, Manuela Giugni (Rete Antirazzista Fiorentina), Paola La Rosa, Angelo Orientale, Gianfranco Schiavone (vicepresidente ASGI),Paolo D’Elia  (Torino), Angelo Baracca (Firenze), Gianfranco Tomassini (Firenze), Mariafrancesca D’Agostino, Pinella Depau, Andrea Monti, Maria Rosaria Baldin,  Gabriella Guido, Ass. 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lunedì 21 agosto 2017

Oggi Messaggio del Papa per la 104.ma Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il 14 gennaio 2018

LUNEDÌ 21 AGOSTO 2017

Oggi Messaggio del Papa per la 104.ma Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il 14 gennaio 2018
(a cura Redazione "Il sismografo")

(LB) Oggi a mezzogiorno la Sala stampa della Santa Sede pubblicherà, in diverse lingue, il Messaggio di Papa Francesco per la 104.ma Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il 14 gennaio 2018. Sarà il quinto Messaggio del Santo Padre dall'inizio del suo pontificato.
Le Giornate e i Messaggi precedenti (sotto il pontificato di Francesco)
2017 - 103° - “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”
2016 - 102° - “Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia”
2015 - 101° - “Chiesa senza frontiere, Madre di tutti”
2014 - 100° - “Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore”

Breve storia della Giornata mondiale delle migrazioni (Testo di P. Gabriele F. Bentoglio, C.S. - Sotto-Segretario dell'ex Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti)
1. Storia della Giornata annuale
Il primo Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato coincide con una data importante, poiché nel 2014 ricorderemo che l’istituzione di una specifica giornata celebrativa avvenne esattamente cent’anni fa. Infatti, il 6 dicembre 1914, a pochi mesi dall’inizio del pontificato di Benedetto XV, che ereditava da San Pio X un fecondo e dinamico patrimonio di sensibilità e di concrete iniziative nell’ambito della pastorale delle migrazioni,(1) la Congregazione Concistoriale inviava agli Ordinari Diocesani Italiani la lettera circolare “Il dolore e le preoccupazioni”, nella quale si chiedeva, per la prima volta, di istituire una Giornata annuale di sensibilizzazione e, poi, di raccolta di denaro in favore delle opere pastorali per gli emigrati Italiani e per il sostentamento economico di un Collegio, appositamente fondato a Roma, per la preparazione dei missionari d’emigrazione.
L’anno successivo, il 22 febbraio 1915, la medesima Congregazione inviava una lettera pure agli Ordinari Diocesani d’America, chiedendo che anch’essi si facessero carico di raccogliere fondi per la sollecitudine pastorale in favore degli emigrati italiani.
La Congregazione Concistoriale fissava la data della celebrazione, per l’Italia, nella prima domenica di quaresima e, dunque, la prima Giornata ebbe luogo il 21 febbraio 1915. Poi, nel 1928, la Concistoriale la trasferì alla prima domenica d’avvento.
La Costituzione Apostolica Exsul Familia, nel 1952, raccomandò che si celebrasse una giornata annuale “pro emigranti”, allargata però anche a emigrati “di altre nazionalità o lingue”, oltre agli italiani, da tenersi in tutto il mondo, nella prima domenica d’avvento.
L’Istruzione De pastorali migratorum cura, nel 1969, ribadì l’importanza della “Giornata del migrante” a livello mondiale e per tutti i migranti, e decise che fosse “celebrata nel periodo e nel modo che le circostanze locali e le esigenze d’ambiente sociale suggeriscono” (24.6).
L’Istruzione Erga migrantes caritas Christi, nel 2004, costatò l’estensione della Giornata anche ai rifugiati, stabilendo che “al fine di sensibilizzare tutti i fedeli ai doveri di fraternità e di carità nei confronti dei migranti, e per raccogliere gli aiuti economici necessari per adempiere gli obblighi pastorali con i migranti stessi, le Conferenze Episcopali e le rispettive Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche fissino la data di una ‘Giornata (o Settimana) del migrante e del rifugiato’ nel periodo e nel modo che le circostanze locali suggeriscono, anche se in futuro si auspica ovunque una celebrazione in data unica” (EMCC, Ordinamento giuridico-pastorale, art. 21).
Infine, il Santo Padre Giovanni Paolo II la fissò per tutta la Chiesa ne “la prima domenica dopo l’Epifania, quando questa è spostata alla domenica, e la seconda domenica dopo l’Epifania quando questa resta al 6 gennaio”, in pratica la prima domenica dopo il Battesimo di Gesù (Lettera N. 563.995, del 14 ottobre 2004, a firma di S.E. il Card. Angelo Sodano, Segretario di Stato).
2. I messaggi per la Giornata
In un primo tempo la Giornata fu accompagnata da un messaggio inviato ai Vescovi, sotto forma di lettera circolare, a firma dei Superiori della Congregazione Concistoriale (fino al 1969). Dopo la pubblicazione dell’Istruzione De pastorali migratorum cura (1969) tale messaggio fu invece firmato dal Presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale italiana (dal 1970 al 1979). A partire dal 1980, invece, il messaggio fu redatto dalla Segreteria di Stato, firmato dal Cardinale Agostino Casaroli, Segretario di Stato, e inviato al Cardinale Sebastiano Baggio, Prefetto della Congregazione per i Vescovi e Presidente della Pontificia Commissione per la pastorale delle migrazioni e del turismo (costituita da Paolo VI nel 1970 con il Motu proprio Apostolicae caritatis), in forma di lettera a nome del Santo Padre, da inviarsi a tutta la Cattolicità (1980-1985).
Infine, il Santo Padre stesso, a partire dal 1986, appose la sua firma all’annuale messaggio, preparato con l’ausilio della Segreteria di Stato e del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti (quest’ultimo divenne tale con la Costituzione Apostolica Pastor Bonus del 1988). Dunque, Giovanni Paolo II firmò venti messaggi e Benedetto XVI otto.
3. I temi dei messaggi
La cosa più interessante, ovviamente, riguarda il contenuto dei messaggi, che, a partire dal 1968, con il Cardinale Giovanni Urbani, ebbero un tema specifico. Ecco l’elenco degli argomenti, a volte evidenziati come titolo, a volte desunti dall’argomentare del testo:
1968: Per la Chiesa non ci sono frontiere. Emigrazione: incontro di fratelli;
1969: Siamo tutti responsabili;
1970: L’emigrazione giovanile;
1971: Ogni uomo è mio fratello;
1972: I bambini italiani emigranti silenziosi e indifesi;
1973: La terza età;
1974: L’emigrato provocazione per la giustizia;
1975: Giustizia per la donna migrante;
1976: No all’esclusione;
1977: Gli emigranti costruttori d’Europa;
1978: Stranieri o fratelli;
1979: Scuola senza frontiere.
1980: Il Papa su famiglia migrante e comunità cristiana;
1981: Emigrazione è cultura;
1982: Dalla solidarietà alla comunione;
1983: Uniti nella diversità;
1984: Giovani in emigrazione, timori e speranze;
1985: L’altra faccia dell’emigrazione italiana.
1986: Diritto dei fedeli migranti alla libera integrazione ecclesiale;
1987: La famiglia emigrata;
1988: I laici cattolici e le migrazioni;
1989: Affido a Maria la difficile situazione personale dei migranti;
1990: Migrazione ed espansione del Regno di Dio;
1991: Una sapiente azione pastorale per salvaguardare i migranti dal proselitismo religioso;
1992: Le migrazioni presentano un duplice volto, quello della diversità e quello dell’universalità;
1993: Come accogliere lo straniero;
1994: Promuovere per le famiglie emigrate una cultura di operosa solidarietà;
1995: Penso a voi, donne cristiane, che nell’emigrazione potete rendere un grande servizio alla causa dell’evangelizzazione;
1996: La condizione di irregolarità legale non consente sconti sulla dignità umana;
1997: La fede opera per mezzo della carità;
1998: Sia rispettata ogni persona, siano bandite le discriminazioni che umiliano la dignità umana;
1999: Il Giubileo porta il credente ad aprirsi allo straniero;
2000: La sfida dell’esule dà al Giubileo un significato concreto: per i credenti esso diventa richiamo al cambiamento di vita;
2001: La pastorale per i migranti, via per l’adempimento della missione della Chiesa oggi;
2002: Migrazioni e dialogo inter-religioso;
2003: Per un impegno a vincere ogni razzismo, xenofobia e nazionalismo esasperato;
2004: Migrazioni in visione di pace;
2005: L’integrazione interculturale.
2006: Migrazioni: segno dei tempi;
2007: La famiglia migrante;
2008: I giovani migranti;
2009: San Paolo migrante, “Apostolo delle genti”;
2010: I migranti e i rifugiati minorenni;
2011: Una sola famiglia umana;
2012: Migrazioni e nuova evangelizzazione;
2013: Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza.
2014: “Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore”
2015: “Chiesa senza frontiere, Madre di tutti”
2016: “Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia”
2017: “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”
4. Sintesi
In sintesi, notiamo il seguente itinerario. All’inizio del ventesimo secolo, al culmine dei flussi migratori italiani verso diverse aree del mondo, la Giornata dell’emigrante entrò nel calendario delle celebrazioni della Chiesa cattolica, soprattutto in Italia, come una delle tante iniziative in favore dei migranti. La Congregazione Concistoriale si incaricò della sua attuazione in Italia, con direttive e suggerimenti. In effetti, le lettere che accompagnarono la Giornata, firmate dai Superiori della Concistoriale, in genere contenevano la raccomandazione di attivare adeguate strutture a sostegno dell’attività pastorale migratoria; vi è pure il richiamo alla solidarietà, accanto al rapporto finanziario della Giornata dell’anno precedente.
Negli anni Settanta avvenne un significativo cambiamento, poiché tali lettere diventarono veri messaggi a tema. In tal modo, la visione ecclesiologica del Concilio Vaticano II si rispecchiò anche nella pastorale migratoria, indirizzando la riflessione su temi di carattere biblico-teologico, relativi alla pastorale specifica. Così, il migrante emerse come persona e come cittadino soggetto di diritti e doveri. Da destinatario delle opere della carità cristiana, il migrante passò ad essere soggetto di evangelizzazione, protagonista del provvidenziale piano di Dio dell’incontro arricchente tra i popoli e della diffusione del Vangelo.
Infine, si consolidò la tradizione che il Santo Padre apponga la propria firma al Messaggio annuale per una Giornata estesa a tutta la Chiesa cattolica, in data unica, comprendente i migranti e i rifugiati. Si capisce bene, dunque, che si tratta di un’occasione privilegiata per offrire un approccio biblico-teologico alla pastorale della mobilità umana, che ha il suo apice in Gesù Salvatore, straniero nel mondo degli uomini, che continua la sua opera di salvezza attraverso gli stranieri di oggi, migranti e rifugiati.


domenica 20 agosto 2017

I diritti dei piu deboli non è un diritto debole.


Agenzia Habeshia. Sgombero via  Curtatone



Appello al Governo e al Prefetto di Roma

video



Lo sgombero del palazzo di via Curtatone a Roma, occupato da circa 800 Eritrei ed Etiopi, titolari di permesso di soggiorno in quanto rifugiati politici e profughi, circa quattro anni fa, è l’ennesima dimostrazione di come il sistema di accoglienza in Italia sia gravemente inadeguato e carente. La radice sta nell’approccio emergenziale con cui è sostanzialmente organizzato, come dimostra l’enorme sproporzione tra i posti disponibili nel programma Sprar, che prevede un percorso di inclusione sociale, e la rete dei Cara e Cas, che ospita la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo presenti in Italia ma che di fatto si risolve solo in un enorme “parcheggio”. Mancano, cioè, progetti e iniziative guidate che possano aprire prospettive per il futuro alle persone alle quali è stato concesso lo status di rifugiato o comunque una forma di protezione internazionale. Il risultato è che, nel momento stesso in cui i richiedenti asilo ricevono un permesso di soggiorno a qualsiasi titolo, vengono di fatto abbandonati a se stessi: nulla che consenta loro persino di trovare un alloggio regolare e dignitoso, premessa indispensabile per non ritrovarsi allo sbando e potersi inserire, attraverso il lavoro, nella società italiana che teoricamente li ha accolti e alla quale intendono portare con convinzione tutto il contributo di crescita di cui sono capaci.



Questo stato di abbandono è esattamente quello che è accaduto alle centinaia di giovani che nell’ottobre 2013, non avendo alcun altro posto alternativo dove abitare, hanno occupato nel cuore di Roma il palazzo che è stato appena sgomberato. Lo stesso è capitato in precedenza ad altre migliaia di migranti di ogni nazionalità, sia a Roma che in numerose altre parti d’Italia, creando spesso situazioni di grande disagio: aree grigie dove si sono formate sacche enormi di donne e uomini praticamente dimenticati e di fatto privati dei loro diritti, giovani da sfruttare come braccia a buon mercato per il lavoro nero o, peggio, in taluni casi, per attività molto border line.



L’esigenza più immediata, dopo lo sgombero, è sicuramente quella di offrire una sistemazione alloggiativa, in via prioritaria, ai soggetti più deboli: donne, bambini, ragazzi minorenni, famiglie, disabili… E poi, per quanto possibile e anche con il loro stesso contributo, a coloro che sono in possesso di un permesso di soggiorno regolare come rifugiati o comunque titolari di una forma di protezione internazionale: a coloro, cioè, di cui in qualche modo lo Stato italiano si è fatto carico riconoscendone la legittimità delle ragioni che li hanno spinti a fuggire dal proprio Paese e della conseguente presenza in Italia. Lo stesso chiediamo per i migranti che si trovano a Roma nelle medesime condizioni di quelli evacuati da via Curtatone, non di rado incappati a loro volta in sgomberi analoghi.



Un auspicabile, urgente intervento del genere, tuttavia, deve essere soltanto un primo passo verso una radicale riforma dell’attuale sistema di accoglienza: è questo l’unico modo per risolvere davvero un problema generale che riguarda migliaia di persone e che si fa di giorno in giorno più grave. Rivolgiamo in questo senso un accorato appello alla Presidenza del Consiglio e chiediamo in particolare al prefetto di Roma di prendere spunto proprio dal caso di via Curtatone per sostenere, di fronte al Governo che rappresenta nella Capitale, la necessità di cambiare la politica sull’accoglienza seguita finora, in nome della dignità dei rifugiati ospitati in Italia e perché non debbano più ripetersi in futuro casi analoghi, ponendo rimedio anzi alle situazioni simili oggi presenti sia a Roma che in altre città della Penisola.



 don Mussie Zerai
Presidente dell'A.H.C.S





Roma, 19 agosto 2017

lunedì 14 agosto 2017

La Ue ha abbandonato i profughi e dato mano libera alla Libia: è tempo di gridare “no”.


Agenzia Habeshia





Il blocco per le navi delle Ong a 97 miglia dalle coste africane, ordinato dal Governo di Tripoli con il nulla osta ed anzi il plauso dell’Italia e dell’Unione Europea, chiude il cerchio di quella che appare quasi una guerra contro i migranti nel Mediterraneo. La situazione dei soccorsi ai battelli carichi di profughi che chiedono asilo e rifugio in Europa, viene riportata a quella creatasi all’indomani dell’abolizione del progetto Mare Nostrum quando, dovendo partire le navi da centinaia di chilometri di distanza per rispondere alle richieste di aiuto, ci fu immediatamente una moltiplicazione delle vittime e delle sofferenze. Non a caso, prima Medici Senza Frontiere e poi anche Save the Children e Sea Eye, hanno deciso di sospendere le operazioni di salvataggio in mare: troppo lunga la distanza da percorrere per fronteggiare con efficacia emergenze nelle quali anche un solo minuto di ritardo può risultare decisivo e, soprattutto, troppo rischioso – per sé ma ancora di più per i migranti – sfidare le minacce della Guardia Costiera libica, la quale non esita a sparare contro le unità dei soccorritori, come dimostra tutta una serie di episodi, incluso quello denunciato proprio in questi giorni dalla Ong spagnola Proactiva Open Arms.



La decisione di dare “mano libera” alla Libia purché, attuando veri e propri respingimenti di massa, si addossi il lavoro sporco di fermare profughi e migranti prima ancora che possano imbarcarsi o a poche miglia dalla riva, è il capitolo conclusivo della politica che, iniziata con il Processo di Rabat (2006) e proseguita con il Processo di Khartoum (novembre 2014), con gli accordi di Malta (novembre 2015) e il patto con la Turchia (marzo 2016), mira a esternalizzare fino al Sahara le frontiere della Fortezza Europa, confinando al di là di quella barriera migliaia di disperati in cerca solo di salvezza da guerre, persecuzioni, fame, carestia, e intrappolando nel caos della Libia quelli che riescono ad entrare o sono intercettati in mare e riportati di forza in Africa. Tutto ciò a prescindere dalla libertà, dalla volontà e dalle storie individuali dei migranti, calpestandone i diritti sanciti dalle norme internazionali e dalla Convenzione di Ginevra e senza tener conto della sorte che li aspetta, in Libia, nei centri di detenzione governativi, nelle prigioni-lager dei trafficanti, lungo la faticosa marcia dal deserto alla costa del Mediterraneo. Una sorte orrenda, come denunciano da anni, in decine di rapporti, la missione Onu in Libia, l’Unhcr, l’Oim, l’Oxfam, Ong come Amnesty, Human Rigts Watch, Medici Senza Frontiere, Medici per i Diritti Umani, numerose associazioni umanitarie, diplomatici, giornalisti, volontari. Rapporti che parlano di uccisioni, riduzione in schiavitù, stupri sistematici, lavoro forzato, maltrattamenti e violenze di ogni genere come diffusa pratica quotidiana. Non a caso il procuratore Fatu Bensouda ha annunciato sin dal maggio scorso, di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che la Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta su quanto sta accadendo ai migranti in Libia nei cosiddetti “centri di accoglienza” e su certi episodi che riguardano la stessa Guardia Costiera, avanzando l’ipotesi anche di “crimini contro l’umanità”.

   

Chiunque sia artefice di questa politica di respingimento e chiusura totale e chiunque la sostenga – sorvolando, tra l’altro, sul fatto che la Libia si è sempre rifiutata di firmare la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati – si rende complice di tutti questi orrori e prima o poi sarà chiamato a risponderne. Domani sicuramente di fronte alla Storia ma oggi, c’è da credere, anche di fronte a una corte di giustizia. Non mancano, infatti, diversi ricorsi a varie corti europee promossi da giuristi, associazioni, Ong, mentre anche il Tribunale Permanente dei Popoli, nella sessione convocata a Barcellona il 7 luglio, ha posto al centro della sua istruttoria il rapporto di causa-effetto tra le politiche europee sull’immigrazione e la strage in atto.



Alla luce di tutto questo, l’agenzia Habeshia fa appello alla comunità internazionale e alla società civile dell’intera Europa perché contestino le scelte effettuate dalle istituzioni politiche dell’Unione e dei singoli Stati e le inducano a un radicale ripensamento, revocando tutti i provvedimenti di blocco, istituendo canali legali di immigrazione e riformando il sistema di accoglienza, oggi diverso da Paese a Paese, per arrivare a un programma unico con quote obbligatorie, condiviso, accettato e applicato da tutti gli Stati Ue.



A tutti i media e ai singoli giornalisti, in particolare, l’Agenzia Habeshia fa appello perché raccontino giorno per giorno le morti e gli orrori che avvengono nell’inferno ai quali i migranti sono condannati, in Libia e negli altri paesi di transito o di prima sosta, dalla politica della Fortezza Europa, preoccupata solo di blindare sempre di più i propri confini, senza offrire alcuna alternativa di salvezza ai disperati che bussano alle sue porte. Serve come non mai, oggi, una informazione precisa, dettagliata, puntuale, continua perché nessuno possa dire: “Non sapevo…”.



 don Mussie Zerai
Presidente dell'A.H.C.S



Roma, 14 agosto 2017

domenica 13 agosto 2017

Meno profughi in Italia, più nell’inferno libico: è davvero una “vittoria” di cui vantarsi?




di Emilio Drudi



Nei primi sette mesi di quest’anno sono arrivati in Italia meno migranti di quanti ne siano sbarcati nello stesso periodo del 2016. Al 2 agosto, secondo i dati del Viminale, ne risultano 95.215 contro i 97.892 di un anno fa, con una flessione del 2,7 per cento. Il Governo lo ha comunicato con toni da “vittoria”, sottolineando in sostanza che comincia a funzionare la barriera eretta nel Mediterraneo, delegando alla Guardia Costiera libica il compito di bloccare in mare i barconi e riportare i profughi in Africa. Non a caso, pochi giorni dopo, è stata riportata con enfasi da numerosi giornali la notizia che nell’arco di sole 24 ore i guardacoste di Tripoli hanno intercettato e ricondotto in Libia, prima che varcassero la linea delle acque territoriali, oltre 800 migranti. Ottocento disperati, poi arrestati appena hanno messo piede a terra e trasferiti nei centri di detenzione.

E’ davvero una vittoria? Certamente sì, se il punto è fermare i richiedenti asilo ad ogni costo, contro la loro volontà, calpestandone la libertà e stracciando la Convenzione di Ginevra del 1951 sui diritti dei rifugiati, che l’Italia e tutti gli Stati europei hanno firmato come principio guida fondamentale della nostra democrazia. Tutt’altro che una vittoria è, invece, se si riflette sul destino al quale questi respingimenti di massa, effettuati in contrasto con il diritto internazionale e la legge del mare, stanno consegnando migliaia di esseri umani, costretti al rientro forzato nel caos della Libia, la quale, oltre tutto, la Convenzione di Ginevra non ha mai voluto firmarla e non si sente dunque minimamente vincolata a rispettarla. Sono eloquenti le denunce e i numerosi rapporti presentati, negli ultimi anni, sia da istituzioni internazionali che da organizzazioni umanitarie. Basterà citare i più recenti.

30 luglio 2017. Human Rights Solidarity sollecita le autorità libiche “ad assumersi le proprie responsabilità” per la tutela dei migranti ridotti in schiavitù, sottoposti a lavoro forzato e, specialmente le giovani donne, consegnati al “mercato del sesso”. “Sono crimini a cui bisogna porre fine”, afferma l’organizzazione, aggiungendo che soprusi avvengono anche nei centri di detenzione: cibo scarso, mancanza totale di assistenza medica, maltrattamenti. 

1 luglio 2017. La Guardia Costiera libica – alla quale l’Italia, per sostenerne il ruolo di gendarme del Mediterraneo, ha fornito navi, logistica, strumenti tecnici, addestramento e finanziamenti – è indagata dalla Corte Penale Internazionale “per gravi crimini contro i diritti umani”, inclusi “crimini contro l’umanità”. E’ una branca dell’inchiesta aperta due mesi prima sui soprusi e la sorte subita dai migranti in Libia annunciata dalla procuratrice Fatou Bensouda al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Trovano così conferma i reportage di numerosi giornali che da almeno un paio d’anni denunciano le violenze e i legami diretti di almeno parte della Guardia Costiera di Tripoli con i clan di trafficanti di uomini. Su quest’ultimo aspetto, i collegamenti dei guardacoste con il mercato di esseri umani, sta indagando dalla fine di luglio anche la Procura di Trapani.

21 maggio 2017. Il capo dell’Agenzia dell’Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, chiede al Governo libico di liberare tutti i richiedenti asilo e i rifugiati rinchiusi nei centri di detenzione, mettendone sotto accusa la gestione e il trattamento riservato agli ospiti. La sollecitazione all’esecutivo guidato da Fayez Serraj arriva dopo una ispezione condotta dallo stesso Grandi in uno dei campi. “Sono rimasto scioccato – ha dichiarato dopo la visita – dalle dure condizioni in cui sono costretti migranti e rifugiati. Bambini, donne e uomini che hanno già patito tantissimo non possono essere sottoposti ad ulteriori pesanti privazioni e sofferenze”.

14 maggio 2017. L’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (Oim) denuncia che a Sabha, la capitale del Fezzan, snodo cruciale delle piste che arrivano dal Sahara e si diramano verso Tripoli e la costa mediterranea, è organizzato alla luce del sole, direttamente in piazza, un autentico mercato degli schiavi: uomini e donne catturati dai trafficanti vengono ceduti all’asta al miglior offerente. Una denuncia analoga era stata fatta, sempre dall’Oim, esattamente un mese prima, il 14 aprile, ma nessuno è intervenuto. Anzi, il Consiglio Municipale di Sabha ha cercato di negare o comunque di sminuire. A supporto delle sue accuse l’Oim presenta una serie di testimonianze-choc, rese da vittime del traffico, giovani profughi provenienti da Niger, Gambia, Senegal e Ghana, catturati e “messi sul mercato” dai “passatori” ai quali si erano affidati per attraversare il Sahara e il confine con la Libia, partendo da Agadez. Conferma il dossier dell’Oim anche la scoperta del “ghetto di Alì”, una fortezza nel deserto, nel circondario di Sabha, cinta da alte mura e da siepi di filo spinato, sorvegliata da miliziani armati di mitragliatori. All’interno, in due gironi infernali distinti, sono rinchiusi uomini, donne e bambini. Almeno un migliaio di prigionieri – scrive Alessandra Ziniti su Repubblica – sottoposti a violenze di ogni genere, spesso torturati in diretta telefonica con le famiglie per indurle a pagare il riscatto. Anzi, perché siano ancora più convincenti, talvolta questi orrori vengono filmati, come ha rilevato anche l’Oim, per essere diffusi su you-tube. Non risulta che le autorità libiche e la polizia abbiano mai mosso un dito contro questo lager privato dei trafficanti.

9 maggio 2017. La Corte Penale Internazionale apre un’inchiesta sui crimini commessi in Libia contro i migranti. Nel mirino il traffico di uomini ma anche i centri di detenzione. “Stiamo indagando perché si presume che in questi centri, dove sono detenute migliaia di persone, tra cui donne e bambini, siano commessi, come pratica comune, gravi crimini, tra cui uccisioni e atti di tortura”, ha dichiarato la procuratrice Fatou Bensouda, aggiungendo: “Sono costernata per le informazioni credibili secondo cui la Libia è diventata un mercato per il traffico di esseri umani, mentre la situazione della sicurezza si è deteriorata in modo significativo rispetto all’anno scorso”.

Fine gennaio 2017. Alla vigilia del memorandum firmato a Roma dal premier Gentiloni e dal presidente Fayez Serraj, che delega a Tripoli il ruolo di “gendarme” per il controllo dell’immigrazione nel Mediterraneo, con il mandato di bloccare e riportare in Africa i profughi, l’ambasciatore tedesco in Nigeria, dopo una visita in Libia, sconsiglia vivamente di concentrare nel Paese i migranti a causa delle condizioni di assoluta precarietà e insicurezza a cui sono abbandonati e per la mancanza di strutture adeguate ad accoglierli, anche solo temporaneamente, con un minimo di dignità e rispetto. Un quadro analogo viene descritto dal Governo nigeriano per mettere sull’avviso i tanti che dalla Nigeria scelgono la via libica per tentare di arrivare in Europa.  

13 dicembre 2016. Un rapporto dell’Onu rileva che i migranti presenti in Libia sono sottoposti a soprusi, torture, stupri, riduzione in schiavitù ed altre forme di violenza. Abituale e sistematica la violazione dei diritti più elementari della persona. “Siamo di fronte a una crisi umanitaria – si legge nel dossier – Il crollo del sistema di giustizia consente una totale impunità ai gruppi armati, ai clan criminali, ai trafficanti che controllano il flusso dei migranti attraverso il paese”. Il tutto con la complicità di funzionari governativi e dell’apparato dello Stato: “La missione delle Nazioni Unite – sottolinea la relazione finale – ha ricevuto informazioni credibili secondo cui esponenti delle istituzioni statali e funzionari locali collaborano con le organizzazioni del traffico di uomini”.

13 dicembre 2016. Un capitolo specifico del rapporto presentato dalle Nazioni Unite il 13 dicembre riguarda le donne. Ne emerge che sono loro, specie le più giovani, le vittime più esposte alla tragedia del traffico di esseri umani, ribadendo la denuncia di numerosi dossier pubblicati nei mesi precedenti da diverse Ong. In particolare, a conferma di una indagine avviata in Italia su iniziativa di alcuni medici della Croce Rossa, risulta che tantissime, la maggioranza, a partire da almeno tre mesi prima di entrare in Libia, assumono dosi massicce di anticoncezionali, con conseguenze spesso irreversibili per la loro salute. Il motivo è evidente: temono di essere violentate e dunque cercano almeno di evitare una gravidanza non desiderata. Un timore fondato, come testimoniano molte ragazze giunte in Europa, che raccontano di stupri sistematici: nei centri di detenzione governativi, nei lager dei trafficanti o lungo il viaggio stesso ad opera dei “passatori”. Una ragazza eritrea, ad esempio, ha riferito come ogni sera, per oltre un mese, sia stata puntualmente prelevata dallo stanzone in cui era rinchiusa con le compagne e violentata da uno dei militari in servizio nel centro di detenzione, fino al mattino. Non a caso, sulla scorta di racconti come questo, l’Ordine di Malta ha proposto di istituire una “rete di sostegno” mirata per le donne migranti in tutta Europa, con un’attenzione particolare per quelle che hanno subito violenza.

16 settembre 2016. Un’inchiesta giornalistica di Lorenzo Cremonesi, pubblicata dal settimanale Sette, denuncia l’inferno delle carceri di Misurata, Tripoli, Garabouli, Al Khums e Zawiyah, dove sono rinchiusi numerosi migranti. La violenza da parte delle guardie è pratica quotidiana. “I detenuti – si legge in un passo – vengono picchiati con i calci dei fucili dai secondini, che spesso li sbattono in isolamento in buchi oscuri”. Ma anche la “normalità” è orrenda: sovraffollamento, materassi luridi gettati sul pavimento come giacigli, cibo scarso e pessimo, interrogatori violenti e condotti a furia di percosse. E colpisce l’ammissione del presidente del Consiglio di Stato: “Non si può negarlo: spesso coloro che controllano i migranti collaborano con gli scafisti: è un business enorme”.

Fine agosto 2016. All’ospedale San Carlo di Milano, i medici scoprono che a un profugo sudanese di 35/40 anni, ricoverato per un malore, manca il rene sinistro. Sulla schiena ha cicatrici corrispondenti a una nefrectomia: l’organo gli è stato asportato di recente con un intervento chirurgico. Interrogato, l’uomo racconta confusamente che quando era in Libia, in attesa di un imbarco, era stato narcotizzato, risvegliandosi poi in quelle condizioni. L’ospedale ha subito avvertito la polizia, ma il profugo ha fatto perdere le proprie tracce prima di un interrogatorio formale. Il suo racconto fa presumere che abbia messo radici anche in Libia il mercato di organi per i trapianti clandestini denunciato nel dicembre del 2009 nel Sinai e successivamente nel Sudan. Una conferma arriva alcune settimane dopo dal procuratore aggiunto di Palermo, Maurizio Scalia, che sta conducendo un’inchiesta sul traffico di esseri umani e che, riferendo la confessione di un pentito considerato affidabile, ha dichiarato: “Alcuni migranti che non sono in grado di pagarsi il conto del viaggio dal Nord Africa all’Europa subirebbero espianti di organi poi destinati al mercato nero, dove vengono pagati circa 15 mila dollari. La base di questi traffici sarebbe in Egitto”. In Egitto come era emerso per gli espianti forzati segnalati nel Sinai, quasi a indicare che potrebbe trattarsi della stessa rete di organizzazioni criminali.

1 luglio 2016. Un rapporto di Amnesty, basato su decine di terribili testimonianze, fa emergere per l’ennesima volta la drammatica serie di violenze subite dai migranti in Libia: minacce, maltrattamenti, uccisioni e persecuzioni religiose, abusi sessuali e di ogni altro genere. Ne risultano responsabili in particolare i trafficanti di esseri umani, ma anche gruppi di miliziani armati e la stessa polizia. Tutti sembrano in grado di agire pressoché indisturbati, nell’indifferenza o comunque nell’impotenza delle istituzioni. “I migranti e i rifugiati – si afferma – sono presi dai trafficanti appena entrati in Libia e vengono venduti alle bande criminali. Parecchi di loro hanno riferito di pestaggi, stupri, torture, sfruttamento. Alcuni hanno assistito a uccisioni da parte dei trasportatori; altri hanno visto compagni di viaggio morire a causa delle malattie o dei trattamenti subiti”. Secondo le relazioni pubblicate in precedenza da altre Ong o da associazioni umanitarie, come Human Rights Watch, Habeshia, Inmigrazione, nei centri di detenzione “ufficiali” non va granché meglio. Da qui la conclusione di Amnesty: “L’Unione Europea dovrebbe occuparsi meno di tenere migranti e rifugiati fuori dalle sue frontiere e concentrarsi maggiormente sulla messa a disposizione di percorsi legali e sicuri per coloro che sono intrappolati in Libia. La priorità deve essere quella di salvare vite umane”.

Agosto 2014 – marzo 2015. In quasi tutti i centri di detenzione i miliziani hanno campo libero. In molti casi hanno fatto irruzione e requisito decine di prigionieri, obbligandoli a portare armi e munizioni fin sulla linea del fuoco durante gli scontri tra le diverse fazioni che si contendono il potere. E’ accaduto in particolare nelle battaglie di Bengasi nella primavera del 2015, in quelle per la conquista e il controllo dell’aeroporto di Tripoli nell’agosto del 2014 e, ancora prima, nei conflitti tribali a Kufra. Ne hanno riferito il rapporto di un cooperante del Cesvi, una organizzazione umanitaria italiana, e le denunce dell’agenzia Habeshia. Di parecchi dei giovani sequestrati si sono perse le tracce. Alcuni di quelli che, magari feriti, sono riusciti a fare ritorno nei campi di accoglienza, hanno raccontato che diversi compagni erano morti, presi in mezzo al fuoco incrociato dei combattenti dei due fronti. Nessuna reazione da parte del Governo libico.

Ecco, oggi la Libia è per i migranti l’inferno descritto in questi rapporti. Ed è a questo infermo che i muri innalzati nel Mediterraneo dall’Italia, d’intesa con Tripoli, condannano i richiedenti asilo intercettati in mare e costretti a tornare indietro. Roma non può non saperlo. C’è da chiedersi, allora, se davvero sia il caso di “vantare” l’efficacia del nuovo blocco, come fa il Viminale. A meno che quello che conta non sia semplicemente “fare muro”. Ad ogni costo. Ma “fare muro”, oltre a violare le norme internazionali che vietano i respingimenti indiscriminati di massa, significa rendersi complici degli orrori raccontati dall’Onu, dall’Unchr, dall’Oim, da tutte le principali Ong, da giornalisti, diplomatici, associazioni umanitarie, volontari. Con pesanti responsabilità morali, politiche e, probabilmente, anche giuridiche.





Tratto da: Tempi Moderni

giovedì 10 agosto 2017

SOLIDARITY IS NOT A CRIME

















SOLIDARITY IS NOT A CRIME




DECLARATION BY

Barbara Spinelli                                (MEP - group GUE-NGL)

Marie-Christine Vergiat                    (MEP - group GUE-NGL)

Pascal Durand                                   (MEP - group Greens/European Free Alliance)

Ana Gomes                                        (MEP - group S&D)





Brussels, August 11, 2017



The recent proliferation of prosecutions in Italy and France towards people who showed solidarity with the refugees is a disturbing attempt to create division among NGOs active in Search and Rescue operations, and to isolate common European citizens who are concerned with the safety of the forced exiles who embarked in perilous journeys from Eritrea, Sudan, Libya, Syria, Afghanistan and many other distressed countries. Since years, they risk death on land and sea on a daily basis – in a sort of Darwinian selection – and the European Union, where only a part of them arrive, is closing more and more its doors and externalizing its asylum policies. The vast majority of migrants and refugees (80%) finds shelter in developing, mostly African countries. The extraordinary activity of NGOs in the Mediterranean is due to the absence of proactive public Search and Rescue operations carried out by the Union and its Member States, since the end of "Mare Nostrum".



Solidarity must not be considered a law-breaking offense. It is not a crime, but a humanitarian obligation.



Today, we are particularly concerned about two persons who took action to rescue migrants and asylum-seekers, in Italy and France. In both cases, their solidarity towards people in mortal danger is equated with the activity perpetrated by smugglers. In both, we are confronted with anachronistic laws whose purpose is to criminalise the so-called clandestine immigration and whosoever could be suspected of favouring it: the Bossi-Fini law in Italy and, in France, the CESEDA (Code of the Entry and Residence of Foreigners and of the Right of Asylum), which charges up to five years of prison and a fine of € 30,000 for those “passeurs” who facilitate or attempt to facilitate the entry, reception and circulation of migrants and refugees.



In Italy, Mussie Zerai, an Eritrean priest who has been nominated for the Nobel Peace Prize for helping save the lives of thousands of migrants and refugees crossing the Mediterranean, is now under investigation on suspicion of abetting illegal immigration.[1] On Monday 7 of August the President of  the agency Habeisha received a notification of being under investigation from the Trapani public prosecutor’s office. Having fled Eritrea as a youngster, after his seminary Father Zerai became a reference point for migrants and refugees in distress. For a long time, his telephone number was the only one that many could call in case of emergency assistance. He would sometimes receive calls for help from people in distress calling from a satellite phone from their rickety vessels at sea. Each time, he transmitted the coordinates of the boats to the Italian coast guard and, afterwards, to private rescue ships known to be in the vicinity.



That is likely the reason his name ended up in a probe which Trapani prosecutors opened into illegal immigration, focusing on the roles allegedly played in migrant rescues by some NGOs. The candidate for the Nobel Prize rejects the accusation of having taken part in clandestine messaging. “I have never been part of the alleged secret chats”. “The reports are the result of requests for help from vessels in difficulty outside of the Libyan waters and in any case after hours of precarious and dangerous navigation”.



In France, on Tuesday 8 of August a farmer, Cédric Herrou, has been convicted of helping refugees to cross the border between his country and Italy.[2] The appeal court of Aix-en-Provence gave Mr Herrou a suspended four-month prison sentence. Authorities said Herrou assisted some 200 migrants over the past year, housing some in his farm in the Roya valley in the Alps, near the Italian border. A 2012 French law provides legal immunity to people helping migrants with "humanitarian and disinterested actions" but the prosecutor has argued Herrou was subverting the law. Herrou said that he "has no regrets" and will not stop helping migrants, calling it his citizen's duty.

At an earlier trial in January, Herrou said: "I picked up kids who tried to cross the border 12 times". "There were four deaths on the highway. My inaction and my silence would make me an accomplice. I do not want to be an accomplice."

We ask the European Union and its Member States to stop the defamatory campaign conducted against NGOs and those citizens who are taking emergency humanitarian actions in favour of refugees and migrants. We ask the Commission and the Member States to be fully respectful, for their part, of the international law – Geneva Convention, Law of the Sea, Convention on the Rights of the Child, Charter of European Fundamental Rights –  as regards the principle of non-refoulement, the protection of children and non accompanied minors and the obligatory Search and Rescue of people in distress or imminent danger at sea.


 


http://habeshia.blogspot.fr/2017/08/la-solidarieta-non-e-un-crimine.html


 


http://abonnes.lemonde.fr/immigration-et-diversite/article/2017/08/08/poursuivi-pour-aide-a-l-immigration-clandestine-cedric-herrou-attend-son-jugement-en-appel_5169880_1654200.html








[1] http://habeshia.blogspot.fr/2017/08/la-solidarieta-non-e-un-crimine.html
[2] http://abonnes.lemonde.fr/immigration-et-diversite/article/2017/08/08/poursuivi-pour-aide-a-l-immigration-clandestine-cedric-herrou-attend-son-jugement-en-appel_5169880_1654200.html