lunedì 22 gennaio 2018

Eritrea : La durissima dittatura è all'opera per soffocare sempre di più la popolazione

“Combattere, non fuggire”. Si profila una primavera eritrea?
di Emilio Drudi

“Fight not flight”: combattere, non fuggire. E’ questa la scelta che fanno sempre più spesso i giovani eritrei. Sono tantissimi i ragazzi che, negli ultimi anni, hanno abbandonato la propria terra. E’ come una emorragia che sta svuotando il paese delle energie migliori. E ne uccide il futuro. Secondo fonti Onu, si è arrivati fino a una media di 5 mila fuoriusciti al mese. Costretti a scappare per non vedersi rubare la vita dal regime che, con la militarizzazione totale e uno stato di guerra permanente con l’Etiopia e altri Stati vicini, li condanna a un servizio in armi o al lavoro forzato per un periodo indefinito. Da qualche tempo, però, aumentano quelli che decidono di non fuggire più: di restare e battersi contro la dittatura.
E’ una sfida lanciata al regime direttamente in Eritrea. Una sfida molto dura. Specie per ragazzi giovanissimi, adolescenti o poco di più. In maggioranza studenti che hanno appena 16 o 17 anni, l’età dei sogni. Abraham T. Zere, un giornalista esule in America, direttore del Pen Eritrea, una organizzazione internazionale che difende la libertà di espressione, segue con interesse quanto sta accadendo, ma non nasconde le difficoltà. “Non è facile – scrive – Non sembrano esserci spazi per una sfida del genere, a causa della realtà stessa dell’Eritrea, dove non c’è una stampa libera, non c’è libertà di opinione o di associazione e persino di movimento. Dove internet è pressoché inesistete o inaccessibile. Dove ogni forma di dissenso o di critica si paga con anni di galera o, peggio, con la ‘sparizione’ e con la morte”. E ancora, aggiunge Abel, un ragazzo della diaspora in Italia: “Dove le forze di sicurezza fedeli al regime controllano tutto e tutti, fino alle pieghe più riposte della società e della vita stessa delle persone. Dove la diffidenza induce a sospettare di chiunque, tanto che si ha paura a parlare e a confidarsi, se non con amici sicuri”. “Eppure – continua Abel – abbiamo notizia che sempre più ragazzi restano in Eritrea e non si piegano. Alimentando proteste che a volte arrivano a coinvolgere migliaia di persone”.
Sono proteste che nascono spontanee, quasi di colpo, senza una organizzazione preventiva: fuochi improvvisi, alimentati magari da un ennesimo sopruso patito, ma che affondano le radici in un sentimento diffuso di ostilità al regime. E nella volontà di non subire supinamente. Uno dei casi recenti più clamorosi è la grande manifestazione esplosa il 31 ottobre 2017 ad Asmara, quando il regime ha deciso di statalizzare la Diaa Islamic School, l’ultima scuola islamica rimasta nella capitale, nel quartiere Akriya, dopo la chiusura, negli anni passati, di quelle di Mahad e Jakiya. Appena i funzionari governativi hanno preso possesso dell’istituto, quasi tutti gli studenti, circa tremila ragazzi, si sono mobilitati, marciando da Akriya verso il centro della città. Al corteo si sono uniti numerosi abitanti del quartiere e, per strada, altri giovani, fino alla grande moschea di Jama al Khulafa’a al Rashidin. Da qui, dopo un incontro con il muftì, la folla, guidata dagli studenti, si è incamminata lungo il viale della Libertà, per cercare di raggiunger il palazzo presidenziale. Per disperderla il regime ha fatto intervenire in forze l’esercito, ma riprendere il controllo non è stato facile, nonostante le cariche, le manganellate, gli spari, le retate, gli arresti. Non è noto se e quanti feriti ci siamo stati. Si è parlato inizialmente anche di numerosi morti, ma non c’è stata conferma. Di sicuro, sono finiti in carcere almeno cinque studenti e Haj Mussa, il presidente onorario della scuola, un personaggio molto conosciuto, punto di riferimento, per la sua autorità, sia degli islamici che di eritrei di altre religioni o laici. Ma la repressione non ha spento la protesta. Anzi, la tensione si è estesa ad altre città e, secondo fonti della diaspora, potrebbe riesplodere in manifestazioni e contestazioni in qualsiasi momento, tanto che il governo ha messo in stato d’allarme le forze di sicurezza.
Meno nota, ma per certi versi più clamorosa e forse ancora non completamente sedata, la protesta a cui hanno dato vita, nel mese di luglio, ben seimila coscritti, quasi tutti studenti appena reclutati: una forma di resistenza collettiva contro il lavoro obbligatorio a cui erano costretti. E’ accaduto nella base di Adi-Halo, nei pressi di Asmara, dove il presidente Isaias Afewerki ha organizzato quello che dovrebbe essere un enorme campo-scuola di agricoltura e meccanica. Ma del campo-scuola Adi-Halo ha molto poco. Appare piuttosto un enorme campo di lavoro obbligatorio, dove oltre tutto la sistemazione logistica e abitativa per i coscritti è estremamente precaria e dove, hanno denunciato in molti, i soprusi, gli abusi, le prepotenze da parte degli ufficiali sarebbero una pratica abituale. Non sono una “novità” queste condizioni di semi-schiavitù per i coscritti. L’Onu lo ha documentato in ben due rapporti, nel 2015 e nel 2016. Questa volta, però, ad Adi-Halo ne è nata una rivolta, che i media della diaspora – come Radio Medrek – hanno cercato di seguire nei particolari. “Quando gli agenti della polizia militare sono intervenuti, gli studenti, benché disarmati, li hanno sfidati apertamente”, ha scritto Abraham T. Zere. E quanto sia stata decisa la sfida lo dimostra il fatto che lo stesso Afewerki ha accettato di incontrare una delegazione per ascoltarne le ragioni. Dopo il colloquio, però, non è cambiato nulla e la protesta è continuata fino al mese di ottobre. “L’esercito – ha comunicato Radio Medrek – è riuscito a riprendere il controllo solo grazie a una deportazione di massa: gli studenti sono stati trasferiti quasi tutti nella base di Naro, nel nord dell’Eritrea” e dispersi in vari presidi.
La polizia tende a sminuire queste contestazioni. Parla sempre di “scarsa adesione” e le liquida come iniziative di “pochi teen-ager”, magari sobillati da nemici esterni. In particolare dall’Etiopia. Ma il regime, in realtà, sembra fortemente preoccupato. Anche perché i motivi per protestare si moltiplicano a causa della chiusura di altre scuole o istituzioni sociali, con procedimenti analoghi a quello adottato contro la Diaa Islamic School. Questi provvedimenti non arrivano per caso: si basano su una legge che assegna allo Stato il compito esclusivo di occuparsi di tutte le istituzioni scolastiche, sanitarie e sociali. E’ proprio in base a questa legge, ad esempio, che Roma ha ceduto a suo tempo l’ospedale italiano, mantenendo aperta invece la scuola, tuttora la più importate scuola italiana all’estero. Solo che mentre fino a qualche mese fa questa legge è stata applicata con una certa elasticità e consentendo varie eccezioni, ora il governo ha deciso di agire con rigore estremo e in tempi piuttosto brevi. Prima della Diaa Islamic School, ad esempio, era toccato a un prestigioso istituto cattolico di Asmara, soffocando ogni forma di resistenza ed anzi arrestando alcuni responsabili della didattica e dell’amministrazione che cercavano di opporsi.
“Proprio in questo contesto – ha dichiarato don Mussie Zerai all’Agenzia Fides – è stata decretata in questi mesi la chiusura di cinque cliniche cattoliche attive da tempo in varie città. Ad Asmara è stato chiuso il seminario minore (che serviva sia la diocesi, sia le congregazioni religiose) Ed hanno dovuto serrare i battenti anche scuole della Chiesa ortodossa. L’obiettivo sembra chiaro: impedire l’influenza sulla società delle istituzioni religiose e in particolare della Chiesa cattolica, non vietando il culto ma smantellando le attività sociali ‘private’. Al di là delle conseguenze subite dalle singole confessioni religiose, a fare le spese di tutto questo è la popolazione, che non ha più strutture serie ed efficienti alle quali rivolgersi. A Xorona, per esempio, hanno chiuso l’unico dispensario in funzione, che era gestito da cattolici. A Dekemhare e a Mendefera è stata proibita l’attività dei presidi medici cattolici. Il pretesto è stato che erano un doppione di quelli statali, ma le strutture pubbliche non funzionano: non hanno medicine, non possono operare perché sono prive di attrezzature adatte e spesso perfino dell’energia elettrica”.
Il sospetto che questo “riappropriarsi della attività sociali” miri in realtà a ridimensionare l’influenza sulla popolazione delle istituzioni religiose e soprattutto della Chiesa Cattolica, è condiviso anche da Asmarino, uno dei principali giornali dell’opposizione nella diaspora: “Le relazioni tra la Chiesa cattolica e il Governo eritreo non sono mai state buone. Il Governo non perseguita apertamente i cattolici (come fa ad esempio con i pentecostali o con alcuni monaci e sacerdoti ortodossi ribelli), ma sta tentando di  isolare la Chiesa cattolica non consentendo ai seminaristi, ai sacerdoti e ai religiosi in genere di proseguire i loro studi. La ragione principale è che la Chiesa contesta che i suoi seminaristi, i suoi sacerdoti, le sue suore o novizie debbano essere soggetti al servizio militare illimitato”.
Il Coordinamento Eritrea Democratica, portavoce della diaspora in Italia, ritiene per parte sua che con questo “giro di vite” il regime abbia essenzialmente due obiettivi. Il primo, il più palese e diretto, è appunto quello di assumere il pieno controllo delle “attività sociali” e soprattutto della scuola, per regimentare i ragazzi e soffocare qualsiasi idea di ribellione o contestazione, asservendoli alla mistica nazionalista e screditando ogni forma di dissenso. La stessa politica, in sostanza, che ha portato alla chiusura dell’Università di Asmara dopo gli arresti di massa e l’insediamento definitivo della dittatura nel 2001. E una “risposta” anche ai sintomi di ribellione che si stanno moltiplicando tra i giovani. Il secondo obiettivo è quello di verificare fino a che punto possa “tirare la corda” di fronte alla politica internazionale nell’ambito del processo di “rivalutazione” e recupero che, dopo anni di isolamento totale, hanno promosso, nei confronti di Asmara, l’Unione Europea e buona parte delle cancellerie occidentali. Di fronte, cioè, a quel progressivo “riavvicinamento” che è stato pilotato dall’Italia a partire dalla fine del 2013 e “ufficializzato” nel luglio 2014 con la serie di incontri condotti dall’allora vice ministro degli esteri, Lapo Pistelli, con l’obiettivo dichiarato di riaprire il confronto col regime per fare dell’Eritrea uno dei perni “della stabilità del Corno d’Africa”. Un obiettivo dietro al quale, al di là delle dichiarazioni formali, non è difficile individuare grossi interessi economici e geostrategici, in concorrenza con potenze regionali o internazionali come l’Arabia, l’Iran, Israele, la Cina, gli Stati Uniti. E si tratta di interessi tali, evidentemente, da far passare in secondo piano, o addirittura da ignorare, la violazione dei diritti umani di cui è imputato il regime che – ha scritto l’ultimo rapporto Onu – ha “eretto il terrore a sistema di potere”.
Quello che nessuno ha messo in conto, in questo contesto, è la resistenza dei ragazzi che, rimasti in Eritrea, si stanno dimostrando pronti a lottare contro il regime. Per molti versi ne è stata colta di sorpresa anche la diaspora. Che però ha compreso in pieno l’importanza di questa battaglia e ne è almeno in parte influenzata, tanto che non mancano i giovani rifugiati che si dicono pronti a tornare prima possibile, se non direttamente in Eritrea, almeno in uno dei paesi confinanti del Corno d’Africa, per poter seguire più da vicino l’evolversi della situazione. Nella convinzione che le nuove proteste di massa, per quanto isolate, ancora rare, essenzialmente spontanee e non guidate da un preciso programma politico, potrebbero essere però la prova che forse sta crescendo una volontà collettiva di lotta, in grado di minare la stabilità del regime. Specie se, come afferma più di qualcuno tra gli esuli, la dittatura è davvero meno salda di quanto possa apparire.
“Gli indizi non mancano – sostiene Kibrom, da anni militante del Coordinamento – Non è stato un caso che, per domare la rivolta seguita alla chiusura della scuola islamica di Asmara, il regime abbia mobilitato l’esercito e le forze di sicurezza: la polizia locale si era rifiutata di intervenire e soprattutto di sparare. Anzi, molti agenti e ufficiali del commissariato di Akriya, il quartiere dove era l’istituto, hanno solidarizzato con i ragazzi che protestavano”. E da tempo, del resto, la diaspora sostiene di avere rapporti anche all’interno dei quadri del partito unico, dell’esercito e della burocrazia. Persone che non esiterebbero a schierarsi contro Isaias Afewerki se si presenterà l’occasione per una transizione democratica verso un’Eritrea libera, garante dei diritti di tutti, aperta al mondo. Si profila, allora, una “primavera eritrea”? E’ sicuramente presto per dirlo. Ma i segnali non mancano.




Da Tempi Moderni  

martedì 2 gennaio 2018

Soldati italiani in Niger: una scelta neocoloniale per scaricare sull’Africa il dramma dell’immigrazione

di Emilio Drudi

Sono stati scelti i parà della Folgore, un reparto d’élite, per il primo contingente militare italiano da inviare in Niger, dove sono già operative basi francesi, americane e tedesche. Quasi 500 uomini con 130 veicoli e il rinforzo di squadriglie di elicotteri da assalto. La stampa locale ne parla da almeno un mese. Il premier Paolo Gentiloni lo ha annunciato ufficialmente la vigilia di Natale e il Consiglio dei Ministri si è affrettato a dare il suo assenso il 29 dicembre, nell’ultima riunione del 2017. L’obiettivo dichiarato è la lotta ai trafficanti di uomini e ai gruppi di terroristi che traggono vantaggio e grosse fonti di finanziamento dal “mercato” che alimenta l’immigrazione clandestina. In questo contesto, i soldati italiani – a quanto si afferma – non sarebbero “truppe combattenti” in un teatro di guerra e non dovrebbero far uso delle armi se non per difendersi. Il loro compito, tuttavia, non sarà solo quello di istruttori e “consiglieri”, per addestrare e rendere più efficienti le truppe nigerine: saranno schierati nel nord del paese, per “stabilizzare” e presidiare la regione attraversata dalle piste che portano in Libia e in Algeria. Il che, fuori dalla cortina fumogena e dall’ipocrisia della politica, significa che il mandato vero sia quello di blindare il confine tra la Libia e il Niger, bloccando i migranti in pieno Sahara, lontanissimi dalla possibilità di imbarcarsi e di raggiungere l’Europa, e chiudendo così la via di fuga percorsa, negli ultimi anni, da quasi il 90 per cento dei rifugiati subsahariani che sono riusciti a raggiungere la sponda del Mediterraneo tra il porto di Homs, Tripoli e la frontiera fra la Tripolitania e la Tunisia.
Niente di nuovo, in  realtà, rispetto alla politica di chiusura e respingimento adottata in questi anni dalla Ue e dall’Italia, se non che, in questo caso, l’azione dei militari italiani sarà molto più diretta. Quello di blindare il Sahara, insieme al Mediterraneo, è un programma che viene da lontano. Ha mosso i primi passi con gli accordi tra il governo Berlusconi e Gheddafi. Già allora l’Italia si impegnò a fornire mezzi e materiale tecnico per chiudere non solo le rotte marittime ma anche la frontiera libica meridionale. Incluso un avanzato sistema di rilevamento radar, costato 300 milioni, da installare lungo i 5 mila chilometri di confine nel deserto: lo ha ricordato circa due anni fa, in una lunga intervista rilasciata al quotidiano Il Tempo, Pierfrancesco Guarguaglini, l’ex presidente di Finmeccanica, la società che costruì l’impianto, dopo una serie di rilievi sul posto per tararne l’operatività: “Basterebbe attivarlo – sosteneva Guarguaglini – e gran parte dei problemi (di vigilanza ai confini: ndr) sarebbero risolti, ma attualmente parte è imballato in un deposito a Bengasi e parte non è mai partito dall’Italia, perché tutto si bloccò con la caduta di Gheddafi”. Ne consegue che i blindati, i fuoristrada, i visori notturni promessi già da allora alla Libia dovevano servire, evidentemente, oltre alle normali operazioni di pattuglia, per intervenire rapidamente nei punti di allerta segnalati dalla rete radar lungo la frontiera.
Con i governi Monti (2012) e Letta (2013), del radar di Finmeccanica non si è più parlato. Non in via ufficiale, comunque. Ma gli impegni di “forniture” anche terrestri presi in precedenza con Gheddafi sono stati ampiamente rinnovati e ribaditi a favore della “nuova Libia”. Sempre con l’obiettivo di delegare a Tripoli il compito di impedire ai migranti di arrivare in Europa. Poi, il Processo di Khartoum, l’accordo per il controllo dell’immigrazione mutuato dal Processo di Rabat e firmato a Roma il 24 novembre 2014, con il governo Renzi, ha messo tutto a sistema, coinvolgendo, insieme alla Libia, altri nove Stati del versante orientale dell’Africa. Il memorandum sottoscritto tra Roma e Tripoli il 2 febbraio 2017 non è altro che uno dei patti bilaterali, anzi, il più importante dei patti bilaterali siglati dall’Italia, per attuare in  concreto le “barriere” previste dal Processo di Khartoum. L’invio del contingente militare in Niger ne è una conseguenza diretta: l’ultima tappa di un percorso nato con l’impegno di garantire fondi, mezzi, addestramento, materiale logistico, supporto tecnico e “consiglieri militari”, sia alla Guardia Costiera che alla polizia di frontiera libica. Nel corso del 2017 questo impegno nei confronti della Libia è stato portato a un punto molto avanzato. Il controllo del Mediterraneo è ormai quasi totalmente delegato alla Marina di Tripoli, senza porsi minimamente il problema della sorte che attende i migranti intercettati in mare e riconsegnati a quegli autentici lager che sono i centri di detenzione libici, come testimoniano numerosi rapporti delle Nazioni Unite, dell’Oim, delle principali Ong e associazioni umanitarie. A terra sta accadendo lo stesso. Oltre alla fornitura di materiali, nel mese di giugno 2017 si è raggiunto l’accordo per istituire una commissione per il controllo del confine sud, in pieno Sahara, formata dalla polizia libica e da militari italiani. In Italia non se ne è parlato, ma la stampa libica ha dato molto rilievo a questa intesa, paragonandola, per importanza, operatività e sostegno logistico, a quella che ha consegnato il Mediterraneo alla Guardia Costiera di Tripoli. E a questa intesa è seguito, a maggiore garanzia della “blindatura” della linea di frontiera, l’accordo sottoscritto al Viminale con le tribù libiche del Fezzan, in particolare i Tebu, perché a loro volta contribuiscano, dietro compenso, a chiudere le piste che, attraverso il Sahara, arrivano dal Sudan, dal Ciad e dal Niger.
Tutto lascia pensare, allora, che l’invio del contingente militare italiano in Niger rientri nell’ultima fase di questo programma: blindare il deserto anche a sud della Libia. In Sudan questo compito è affidato alla Forza di Intervento Rapido, i miliziani noti come “diavoli a cavallo” per gli eccidi commessi in Darfur. Il presidente Al Bashir li ha trasferiti in buona parte nel nord del paese, proprio per garantire l’attuazione degli impegni presi firmando il Processo di Khartoum e, da circa due anni, arresti, retate, deportazioni, espulsioni hanno reso estremamente più difficile questa via di fuga, fin quasi a chiuderla. Con il Ciad e il Niger, dove la frontiera è molto più “porosa”, le trattative si sono concretizzate in particolare nel mese di maggio 2017, dopo un incontro al Viminale (al quale ha partecipato anche Tripoli) conclusosi con l’intesa di “potenziare la sicurezza” e i controlli sul confine libico, in entrambi i paesi, con una rete interforze, oltre che di prevedere grossi hub di accoglienza per i migranti.
In Niger, insomma, anziché su una delega totale come quella accordata al Sudan, si è puntato, a quanto pare, su un intervento più diretto. Più diretto anche della commissione mista concordata con Tripoli per l’altro versante del confine, come dimostra, appunto, la decisione di inviare nel paese un consistente contingente di truppe d’élite. A dettare questa scelta potrebbe essere stato, verosimilmente, il fatto che non si tratta solo di vigilare su una linea di frontiera, ma di controllare e bloccare le strade e le piste che, partendo dal nodo di Agadez, si diramano per centinaia di chilometri, nel deserto, verso la Libia e magari l’Algeria. In sostanza, lo stesso “lavoro” svolto in Sudan dalla Forza di Intervento Rapido. Un “lavoro” che, oltre tutto, potrebbe svolgersi in un clima di ostilità e diffidenza da parte della popolazione, dalla quale arrivano da tempo continui, crescenti segnali di insofferenza contro la presenza di presidi di truppe occidentali.
Nel paese già sono operative numerose basi militari. La Francia ne conta quattro: a Niamey, la capitale; ad Aguelal e a Madama, in pieno Sahara, la prima non troppo distante dalla frontiera algerina e la seconda da quella libica; e a Diffa, nel sud. In totale, secondo il giornale francese La Depeche, oltre 4 mila uomini. Cinque le basi americane, una delle quali ospita il comando e la più importante sede operativa per l’impiego dei droni di tutta l’Africa: a Niamey, ad Agadez, ad Aguelal, a Zinder e a Dirkou, con una guarnigione complessiva di oltre 900 soldati, tutte truppe scelte, come i “berretti verdi”. Si sono aggiunti, più di recente, reparti inviati dalla Germania: la principale base tedesca è a Niamey, ma c’è un distaccamento anche a Diffa, insieme ai francesi. Il governo nigerino insiste che questa presenza è essenziale per la sicurezza del paese e dell’intera regione. “La nostra sovranità non è in discussione: si tratta solo di una cooperazione per una difesa comune. Basti ricordare il ruolo di primo piano che hanno avuto i nostri partner stranieri per la liberazione del Mali”, ha dichiarato anche di recente il ministro della difesa, Kalla Moutari, in un dibattito promosso da un sito di informazione. Secondo un’inchiesta condotta dal Gruppo di ricerca e d’informazione sulla pace e la sicurezza (Grip), però, la maggioranza del paese è su tutt’altre posizioni. “Numerose organizzazioni della società civile e anche molti esponenti politici – scrive Nigerdiaspora commentando  l’inchiesta – sono contrari alla presenza delle basi militari straniere”. Particolarmente critico, ma ampiamente condiviso, il giudizio di Dambadjii Son Allah, presidente della Coalizione per la difesa della democrazia e dello Stato di diritto: “Non abbiamo bisogno di forze straniere per la nostra sicurezza. Se ci vogliono aiutare, chiediamo solo forniture adeguate per le nostre forze armate”.
Questa ostilità – rileva il Grip – è particolarmente forte e sentita nei confronti della Francia, accusata di perseguire una politica neocoloniale, ma lo è quasi altrettanto nei riguardi degli Stati Uniti. La contestazione si manifesta generalmente attraverso l’azione politica e iniziative pacifiche. Ma offre il destro ai gruppi fondamentalisti anche per una lotta armata, con attentati, attacchi improvvisi, agguati. Non più tardi di tre mesi fa, il 4 ottobre 2017, quattro “berretti verdi” americani e cinque soldati nigerini sono stati uccisi in un’imboscata a Tongo Tongo, nella regione di Diffa, nel sud. L’attacco – rivendicato da Boko Haram, il gruppo nigeriano aderente all’Isis – è stato condotto da una grossa formazione armata infiltrata dal Mali, ma che ha potuto contare, a quanto pare, su diffuse complicità locali e successivamente, quando è scattata la caccia ai terroristi, su una ostinata omertà tra la popolazione e anche tra vari capi tribali ed esponenti delle autorità del posto.   
E’ questo il contesto in cui andrà a operare il contingente militare italiano. Non c’è da aspettarsi, insomma, che la Folgore sia accolta con amicizia. Al contrario: sottoposta, oltre tutto, al comando generale francese, rischia di essere avvertita, dalla gente, come una nuova, indesiderata e sgradita forza straniera: una ingerenza di tipo neocoloniale, al pari dei reparti inviati in Niger dalla Francia, dagli Stati Uniti e dalla Germania. Non solo. Come dimostra l’agguato di Tongo Tongo, seguito da numerosi altri sanguinosi attacchi che hanno costretto a dichiarare lo stato d’emergenza nella zona di Diffa, il Niger è al centro di una regione dove è fortissima l’attività dei gruppi terroristi. Secondo diversi osservatori, anzi, tutta la vasta area del Sahel compresa tra il Sudan, il Ciad, il sud della Libia, il Niger e il Mali, rischia di diventare il fulcro per la diffusione del fondamentalismo islamico in Africa. Sembra confermare questa analisi la crescente attività di Boko Haram in Nigeria e, in Mali, di frange legate all’Isis oppure di Aqim (Al Qaeda per l’Islam nel Maghreb), con un’espansione sempre più evidente negli Stati vicini, a cominciare proprio dal Niger e dalla tormentata area del Lago Ciad. Non a caso, per fronteggiare questa offensiva fondamentalista, nel febbraio 2014 si è costituito il G-5 del Sahel, un organismo di cooperazione politica e militare per la sicurezza, che coinvolge cinque Stati subsahariani: la Mauritania, il Mali, il Burkina Faso, il Ciad e lo stesso Niger.
Creare barriere nel Sahara e intrappolare in questa realtà migliaia di disperati – mettendoli nella condizione di non potere né proseguire la fuga a cui sono stati costretti dal loro paese, né tornare indietro – può offrire linfa e impulso proprio alla minaccia del terrorismo che tutti dicono di voler combattere. Questa è la situazione che troveranno i soldati italiani in Niger. Allora bisognerebbe avere almeno la dignità e il coraggio di dirlo. Altroché missione per contrastare i flussi clandestini di migranti e combattere i trafficanti di uomini, ponendo fine a quel turpe, disumano mercato che alimenta anche le finanze del terrorismo. La politica di fondo resta quella di esternalizzare in Africa, il più a sud possibile, le frontiere della Fortezza Europa. A prescindere dalla sorte e dai diritti dei rifugiati e del “popolo migrante” e senza tener conto dei pesanti contraccolpi ai quali rischia di essere esposta tutta la fascia subsahariana. E allora è difficile non dare credito ai tanti, sempre di più, che accusano l’Europa di ipocrisia e cinismo: di voler scaricare soltanto sulle spalle dell’Africa il peso enorme, crescente della tragedia dell’immigrazione.

Da Tempi Moderni

sabato 23 dicembre 2017

Oltre mille profughi-schiavi in un lager a Sabha: nessuno ascolta il loro grido d’aiuto


di Emilio Drudi e Abraham Tesfai

Più di mille giovani eritrei ed etiopi, sequestrati da bande di predoni in prossimità del confine tra il Sudan e la Libia, sono segregati da oltre sei mesi in una enorme prigione dei trafficanti a Berk, una località non lontana da Sabha, la capitale del Fezzan, snodo tra le piste sahariane che arrivano dal Sudan, dal Ciad o dal Niger e le strade che conducono a nord, verso Tripoli, Homs e la costa del Mediterraneo. Eludendo la sorveglianza dei miliziani di guardia, alcuni di loro sono riusciti contattare con un cellulare don Mussie Zerai e l’agenzia Habeshia, lanciando una disperata richiesta di aiuto. Il racconto che hanno fatto è la conferma dei tanti dossier pubblicati sui lager libici dalle commissioni dell’Onu e da numerose Ong: la vita dei prigionieri è scandita, giorno per giorno, da maltrattamenti, soprusi, torture, violenze di ogni genere, stupri. Più di qualcuno non resiste: “Negli ultimi mesi – hanno denunciato – sono morti almeno sei nostri compagni: li hanno uccisi i pestaggi feroci, sistematici delle guardie, la fame, le ferite infette e le malattie. Il cibo è scarso e cattivo, poca anche l’acqua da bere. E per chi sta male non c’è alcun tipo di cura medica…”.
Pur di sottrarsi a questo calvario, parecchi si sono piegati al ricatto di “comprarsi la libertà”, pagando migliaia di dollari. Ancora non sono stati rilasciati, ma almeno non subiscono le torture peggiori e le continue minacce di morte o di essere venduti come schiavi. Una minaccia tutt’altro che teorica: proprio in una delle piazze centrali di Sabha si svolgeva il mercato di esseri umani denunciato da un puntuale rapporto pubblicato dall’Oim nello scorso mese di aprile e confermato da uno sconvolgente filmato della Cnn che, mandato in onda poche settimane fa, in novembre, ha documentato, con immagini e sonoro, l’asta allestita nel cuore stesso della città: si odono distintamente persino le parole del banditore che vanta le “qualità” dei giovani messi in vendita, per alzarne la quotazione. Quel servizio Tv, rimbalzato in tutto il mondo, ha destato un clamore e un’emozione enormi. Ne è seguito, da parte delle maggiori istituzioni internazionali e anche di varie cancellerie occidentali e africane, l’impegno a intervenire al più presto, chiamando in causa le responsabilità del Governo libico ma anche delle politiche migratorie dell’Unione Europea e dei singoli Stati Ue che, ispirate a chiusura e respingimento, intrappolano centinaia di migliaia di disperati in un inferno dove ogni diritto umano è cancellato: dove le persone diventano “res nullius”, merce, oggetti che si possono sfruttare o cedere per una mazzetta di dollari..
Quell’ondata di sdegno, tuttavia, sembra già svanita o comunque in calo. Già non se ne parla quasi più. Anzi, dalla Libia si sono levate voci e proteste contro la Cnn, accusata di manipolare o quanto meno esagerare la realtà. Non risulta che qualcuno sia intervenuto a Sabha e tutto procede come prima: lo dimostra il grido d’aiuto arrivato da quei mille e passa giovani detenuti a Berk. Eppure si sa praticamente tutto di questo lager. “Si sa persino il nome del trafficante che ne è a capo – rileva don Zerai – E’ Azi Aziz, un sudanese noto, a quanto pare, per godere della protezione o comunque della tacita complicità di vari capi tribali e amministratori locali”. Si tratta sicuramente di un personaggio “potente”. Il suo nome è pronunciato ancora con timore persino da numerosi profughi che, passati per la sua prigione, sono poi riusciti a pagarsi il riscatto. Come Milet, un ragazzo eritreo di 20 anni che, sbarcato in Italia nel luglio di quest’anno, dopo un viaggio durato circa 18 mesi, è ora ospite di un centro di accoglienza a Bologna. La sua storia è un po’ la storia di quasi tutti i giovani finiti nei lager libici, a cominciare dai mille di Berk. Una storia iniziata alla fine di gennaio del 2016, quando Milet è partito da Khartoum insieme a  una ragazza, Yowhanna, e ad altri 45 giovani eritrei o somali, ammassati su un camion allestito da una organizzazione di “passatori”.
“Lasciata Khartoum – racconta – dovevamo attraversare il Sahara sudanese e poi passare il confine con la Libia. Un itinerario che generalmente richiede dai tre ai sette giorni. Il nostro trasporto è stato però intercettato e fermato, in pieno deserto, da un gruppo di banditi ciadiani., nella zona del Sahara dove in pratica i confini nazionali tra Sudan, Ciad e Libia sono solo teorici. Una specie di terra di nessuno. Quei banditi ci hanno sequestrati e presi tutti prigionieri. Doveva essere un piano prestabilito, perché pochi giorni dopo ci hanno venduto a un clan di trafficanti di uomini, quello guidato da un eritreo di nome Tewelde il quale, come abbiamo saputo in seguito, ha pagato ai ciadiani 700 dollari per ciascuno di noi. Oltre 30 mila dollari in tutto. Siamo rimasti nelle mani di questa banda per circa quattro mesi. Per liberarci ci hanno chiesto 3.500 dollari a testa, sette volte più di quanto Tewelde ha pagato ai predoni che ci avevano catturato. Nessuno di noi aveva tutti quei soldi, ma non c’era scampo: se volevamo essere rilasciati, dovevamo pagare. Stavamo cercando di mettere insieme la somma, con l’aiuto di familiari e amici in Eritrea e in Europa, quando Tewelde ci ha venduti a un altro clan di trafficanti. A guidare questo secondo gruppo era Azi Aziz. Deve aver pagato molto, perché per rilasciarci pretendeva ben 7.500 dollari, più del doppio di quanto ci aveva chiesto Tewelde”.
“Quella di Aziz credo sia una banda più grande di quella di Tewelde. Quando ci hanno presi, nella prigione lager dove siamo stati rinchiusi c’erano già numerosi altri prigionieri, profughi come noi catturati nel deserto. Con Tewelde le condizioni di vita nel centro di detenzione dove ci tenevano nascosti, sempre in Libia, erano molto dure. Ma con Aziz è stato un incubo. Alcuni non ce l’hanno fatta più: le torture e le percosse continue, aggiunte alla disperazione di non riuscire a trovare il denaro per il riscatto e, dunque, la prospettiva di rimanere in quell’inferno per chissà quanto tempo, li hanno spinti a suicidarsi. Per le ragazze era ancora più dura. Yowhanna è stata violentata più volte dai nostri aguzzini. La prima volta appena ci hanno portato nel lager di Aziz. Ed è rimasta incinta. La situazione era particolarmente difficile per noi eritrei. Forse anche per motivi religiosi. Noi eritrei eravamo quasi tutti cristiani mentre Aziz e i suoi sono musulmani. Così, ad esempio, i somali, musulmani anche loro, avevano, rispetto a noi, un trattamento meno pesante. Credo anzi che più di qualcuno tra i somali collaborasse con i trafficanti. Ma, a proposito di collaboratori, ce n’erano anche di eritrei. E proprio un paio di eritrei ci hanno teso un tranello. Si sono offerti di fare da mediatori con Aziz per abbassare la cifra del riscatto. Sono andati avanti per un po’ e poi ci hanno detto che Aziz si sarebbe ‘accontentato’ di 3.000 dollari a testa. In molti abbiamo deciso di cercare di raccogliere questa somma, aiutati da amici che avevamo potuto contattare per telefono. Quando più quote sono state pronte, abbiamo consegnato il denaro, ma quei mediatori sono spariti. Non si sono fatti più vedere. Allora abbiamo chiesto spiegazioni a un emissario di Aziz: ci siamo sentiti rispondere che non sapeva niente di questa mediazione e che, in sostanza, eravamo stati truffati. A quel punto, però, hanno abbassato il riscatto: non più 7.500 ma ‘solo’ 4.000 dollari”.
“Intanto – precisa Milet – erano passati diversi mesi. Tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 Yowhanna ha avuto il bambino nato dallo stupro che aveva subito. Pochi giorni dopo è morta. L’hanno trovata senza vita in uno dei bagni. Del bimbo si è presa cura una sua compagna, anche lei eritrea. E un’altra donna è morta, proprio in quei giorni, in seguito a uno stupro. L’ha violentata un sudanese. Da allora non è stata più lei: è come impazzita. Come se avesse perso ogni interesse a vivere. Pure lei è stata trovata morta, forse suicida. Poi finalmente, più di un anno dopo che la banda di Aziz mi aveva comprato da quella di Tewelde, sono riuscito a pagare il riscatto e mi hanno lasciato andare. Verso la fine di luglio mi hanno imbarcato su un gommone. Un paio di giorni dopo siamo stati intercettati da una nave di soccorso. Sono sbarcato in Italia a un anno e mezzo di distanza da quando ero partito da Khartoum. E io posso considerarmi fortunato. Mi hanno raccontato, ad esempio, che la ragazza che si era presa cura del figlio di Yowhanna è annegata, insieme al bambino che aveva ancora con sé, nel naufragio del battello con cui era partita dalla Libia, più o meno nel mio stesso periodo. Non solo. So di altri compagni, prigionieri come me prima di Tewelde e poi di Aziz, che sono stati intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica e riportati in Libia. Ora sono rinchiusi in qualche centro di detenzione. In pratica, di nuovo prigionieri…”.
“Vicende come quella di Milet – rileva don Zerai – evidenziano qual è tuttora la situazione in Libia, ma anche negli altri paesi di transito. Una situazione che la Fortezza Europa si ostina a non voler vedere, pur di crearsi un alibi per arroccarsi sempre di più. Ma le voci dei mille ragazzi sequestrati a Berk e quelle di altri come loro, a migliaia, non possono restare inascoltate. Le autorità libiche e quelle europee, quelle italiane in particolare, hanno il dovere di liberarli e portarli in un luogo sicuro. Non ci sono scusanti: si sa dove sono, si sa cosa accade in quel lager, si sa qual è l’ammontare del riscatto, si sa chi è il capo clan che tira le fila. Si sa persino che, in situazioni del genere, ci sono spesso complici dei trafficanti nelle istituzioni libiche, come ha ripetutamente denunciato la Missione Onu: nel caso specifico sarebbe un certo Yousuf. Allora, non intervenire al più presto non solo è assurdo: una scelta e un fatto incomprensibili. E’ molto di più: è un indizio di complicità palese, di cui si macchiano l’Italia e l’Europa, per le sofferenze inumane patite da quei ragazzi. Da quei mille di Berk e da tantissimi altri intrappolati tra il Sahara e il Mediterraneo”.
  

Da Tempi Moderni 

venerdì 22 dicembre 2017

Libia: Sequestro di persona all'ordine del giorno, vittime profughi e migranti.

Appello Urgente !

Libia: Profughi Eritrei ed etiopi circa 1050 persone da 6 mesi vivono segregati e sequestrati da bande criminali nella località chiamata Berk non lontano da Sebha, chi gli tiene sequestrati pare che sia un cittadino sudanese di nome Azi Aziz con la complicità di amministratori locali Sig. Yosuf, i sequestratori pretendono soldi dalle loro vittime circa la meta hanno già pagato l'altra meta non paga perché non ha, perciò tutti giorni subiscono maltrattamenti e violenze fisiche ed psicologiche le continue minacce di morte, di essere venduti come schiavi se non pagano. In questo lager sono già morte 5-6 persone a cause di percosse e mal nutrizione, totale assenza di assistenza medica in caso di malattie.
Il nostro appello alle autorità libiche ed italiane, a chiunque possa intervenire per liberare e trasferire queste persone in un luogo protetto e sicuro lo facciano a più presto possibile. A ridosso delle festività natalizie anche questi fratelli e sorelle ritrovino la loro dignità di uomini e donne liberi come Dio gli ha creati liberi.


don Mussie Zerai

mercoledì 20 dicembre 2017

Migranti, il blocco in Libia moltiplica arrivi e morti sulla rotta spagnola


di Emilio Drudi

Si erano nascosti su una chiatta merci partita il 3 dicembre da Dakar, in Senegal, e diretta in Belgio. Erano in 19, tutti giovani senegalesi tra i 18 e i 25 anni. Li hanno scoperti solo undici giorni dopo, il 14 dicembre, quando la chiatta navigava in pieno Oceano Atlantico, a nord delle Canarie, trainata lentamente da un rimorchiatore. Erano ormai allo stremo: spossati dalla fame, senza quasi più acqua da bere, molti privi di conoscenza e con gravi sintomi di ipotermia. Così debilitati da far temere che, in gran parte, non ce l’avrebbero fatta neanche a reggere le poche ore necessarie a raggiungere l’Arcipelago, dirottando il rimorchiatore. Per salvarli è stato necessario far intervenire un elicottero dell’esercito, che li ha trasportati in ospedale, facendo la spola più volte tra l’isola di Gran Canaria e la nave. Si sono salvati tutti, ma c’è da credere che, se non li avessero scoperti, sicuramente molti di loro sarebbero morti. Forse quasi tutti, poiché il rimorchiatore con la chiatta a traino aveva davanti ancora vari giorni di navigazione fino al porto di Anversa.
L’hanno scampata per poco anche altri 16 giovani trovati il 16 ottobre in un container su una nave da carico liberiana, il Panther, proveniente dal Ghana e approdata nel porto di Algeciras, in Andalusia. Erano nascosti come minimo da 10 giorni: da quando, cioè, il cargo era salpato da Accra. Anzi, con tutta probabilità, da almeno un giorno prima della partenza, perché è verosimile che siano riusciti a nascondersi all’interno del container quando si trovava ancora sulla banchina dello scalo merci, in attesa di essere caricato a bordo. Poi sono rimasti lì, al buio, con una scorta di acqua e cibo insufficiente, perché non avevano previsto che il viaggio sarebbe durato tanto a lungo. Durante la rotta nessuno dell’equipaggio si è accorto di loro. Li ha scoperti una squadra di tecnici e operai, insospettiti da alcuni rumori, mentre si accingevano alle operazioni di scarico: erano quasi tutti semi-asfissiati, molti privi di conoscenza e anche quelli ancora in sé non riuscivano neanche ad alzarsi o a trovare la forza di muovere un passo.
Due imbarchi clandestini di massa da due dei più importanti porti atlantici dell’Africa è difficile che si siano verificati per caso. Sembrano indicare, piuttosto, che potrebbero essersi messe in moto organizzazioni che “offrono” questo genere di “viaggi” ai migranti in fuga dall’Africa subsahariana. Per molti versi, sembra profilarsi una variante della rotta atlantica “tradizionale”, dall’Africa verso le Canarie o talvolta verso l’Andalusia, percorsa finora con barche da pesca. Rotta che non si è mai interrotta del tutto, dopo le restrizioni introdotte dall’inizio degli anni 2000, ma che adesso, sulla scia della progressiva chiusura delle rotte mediterranee, pare stia riprendendo rapidamente quota, anche se in forme diverse e, soprattutto, in condizioni molto più difficili e pericolose. Lo dimostrano almeno altri due episodi, che hanno visto protagonisti più di 200 migranti.
Il più drammatico risale al 22 novembre. Un cayuco, la tipica barca da pesca della costa occidentale africana, è rimasto alla deriva per quasi una settimana, con 103 tra uomini e donne. Era partito dal Senegal la notte tra il 15 e il 16, puntando verso una delle Canarie. Le cattive condizioni del mare lo hanno spinto fuori rotta. L’allarme è scattato il 20, cinque giorni dopo la partenza, su iniziativa dei familiari di alcuni giovani che erano a bordo, preoccupati per la prolungata mancanza di contatti e notizie. Per ritrovare i dispersi ci sono voluti altri due giorni di ricerche. Quando un aereo del Salvamento Maritimo spagnolo li ha individuati e una motovedetta li ha recuperati, portandoli a Gran Canaria, avevano perso ormai ogni speranza. Un mese prima, il 17 ottobre, un cayuco delle stesse dimensioni era riuscito ad arrivare ed a sbarcare 95 migranti, sempre nella baia di Gran Canaria, dopo otto giorni di navigazione. Anche questo era salpato dal Senegal.
Di fronte a questi sbarchi, la Federazione delle associazioni africane delle Canarie ha segnalato che, secondo informazioni raccolte nei paesi d’origine, la rotta atlantica si sta riattivando. “Sarà bene che le Canarie si preparino a un’ondata di arrivi – ha ammonito il presidente, Teodoro Bondyale – Sostenere che non c’è una ripresa dell’immigrazione verso l’Arcipelago significa negare l’evidenza”. Ora però i punti d’imbarco sono diversi. Quelli usati in Marocco e in Mauritania sono stati quasi del tutto abbandonati a causa dei controlli serrati da parte della polizia dei due paesi che, in attuazione del Processo di Rabat (l’accordo di contrasto all’immigrazione sottoscritto con l’Unione Europea nel 2006), hanno ormai “blindato” il litorale e le acque territoriali. In alternativa, ci si è spostati molto più a sud, sulle coste del Senegal o addirittura della Guinea. Rispetto a prima, si parte con cayuchi più grandi, capaci di trasportare fino a 100 persone, ma si affronta una rotta di centinaia di miglia più lunga, in mare aperto. Con tutti i rischi che ne conseguono. Anzi, moltiplicando i rischi, già enormi, che si correvano imbarcandosi in Mauritania o nel Sahara Occidentale, un tragitto nel quale, per quanto più breve, in nove anni, dal 1999 fino al 2007, si sono perdute più 2.050 vite umane.
I migranti sanno bene a cosa vanno incontro: molti di quei duemila e passa morti nell’Atlantico venivano dai loro stessi villaggi e dai loro stessi quartieri nelle grandi città. Eppure partono ugualmente, riscoprendo e riportando in primo piano quella che è stata, all’inizio di questo millennio, una delle principali porte d’ingresso dall’Africa in Europa, con un flusso di arrivi alle Canarie in costante crescita, fino al picco di 31.678 raggiunto nel 2006, su un totale di 83.957. L’inversione di tendenza si è avuta nel 2007, quando gli sbarchi, pur rimanendo ancora numerosi (12.478), hanno registrato di colpo una flessione del 60 per cento rispetto all’anno precedente. Grossomodo il medesimo andamento si è avuto nello stretto di Gibilterra, l’altra “via marittima” spagnola, che negli stessi anni ha fatto registrare 68.284 arrivi, con due picchi particolari nel 2000 (12.789) e nel 2001 (14.405) e un andamento costante tra i 9 mila e i 7 mila fino ai 7.502 del 2006, per poi scendere a circa duemila in meno (5.579) nel 2007 e continuare rapidamente la discesa negli anni successivi.
Il calo dopo il 2006 ha un motivo ben preciso. Il 2006 è l’anno della firma del Processo di Rabat, che ha delegato controlli e respingimenti alle polizie dei 27 Stati africani firmatari dell’accordo ma, soprattutto, alle forze di sicurezza della Mauritania e del Marocco, sotto l’egida dell’agenzia europea Frontex. Le continue retate, gli arresti, le carcerazioni nei numerosi, nuovi centri di detenzione, i rimpatri forzati, hanno progressivamente blindato non solo la rotta atlantica ma l’intera “via spagnola”, impedendo anche gli imbarchi nel Mediterraneo, sulla costa di Tangeri, e contrastando con grande durezza i tentativi di valicare i valli fortificati delle enclave di Ceuta e Melilla. La blindatura decisa a Rabat ha “tutelato” la Spagna, deviando le vie di fuga dell’Africa occidentale verso il Niger e la Libia, per puntare poi via mare sull’Italia. Adesso, però, questa “muraglia” si sta incrinando per effetto di quella identica eretta dal Processo di Khartoum anche sulla rotta del Mediterraneo Centrale e al confine meridionale della Libia, in pieno Sahara. Oltre che la ripresa della rotta atlantica, lo confermano gli assalti che, nonostante il fitto schieramento di polizia, si ripetono quasi ogni notte contro le alte recinzioni di cemento e filo spinato intorno a Ceuta e Melilla e il moltiplicarsi degli imbarchi dalle spiagge marocchine del Mediterraneo, usando, per sfuggire ai controlli, battelli sempre più piccoli, persino canottini-giocattolo di plastica, lunghi appena due metri. Con il risultato che si moltiplicano anche i morti: una cinquantina dalla fine di novembre a metà dicembre solo nello Stretto di Gibilterra.
E’, ancora una volta, la prova che le barriere erette dalla Fortezza Europa non riescono a fermare i flussi dei migranti: li deviano e li rendono sempre più pericolosi e carichi di morte, ma non li fermano. “E’ illusorio pensare di bloccare con muri, polizia e campi di concentramento la fuga per la vita di migliaia di persone – dice Abdullah, un ragazzo somalo arrivato in Italia dopo un’odissea durata più di un anno e mezzo ed ospitato ora in un centro accoglienza in provincia di Torino – E’ come voler stringere l’acqua in una mano. In un pugno. Ma il pugno, per quanto stretto, resta vuoto: l’acqua passa e va perduta. Questo sta accadendo. La situazione dei nostri paesi ci ha costretto a scappare. La vita ci sta portando ovunque. Molti, come me, verso l’Europa, alla quale ci rivolgiamo con fiducia e speranza. I muri eretti per fermarci, però, stanno uccidendo questa speranza. E la nostra fiducia nell’Europa, per i valori di libertà, solidarietà, giustizia che dice di seguire, rischia di perdersi per sempre. Proprio come l’acqua sfuggita da un pugno…”.




Da Tempi Moderni

venerdì 1 dicembre 2017

Don Zerai: “A Calais è di nuovo jungla: morto il senso stesso di umanità”  




di Emilio Drudi



Dormono all’aperto tra le dune, accampati alla meglio nella boscaglia, cercando di ripararsi dal freddo con qualche coperta. I più fortunati con un sacco a  pelo. Sono giovani e la dura esperienza di profughi li ha abituati a sopportare. Ma le lunghe notti sulla Manica sembrano non finire mai. E poi si dorme sempre con un occhio solo, pronti a svegliarsi e a scappare. Perché spesso, all’alba, la polizia irrompe in questi campi improvvisati e non fa complimenti. “Basta un niente, il minimo cenno di resistenza – ha raccontato qualcuno di loro – per essere trattati a spintoni, a colpi menati a caso… A spruzzi di spray urticanti, dolorosi, sul viso e sugli occhi”.

E’ la nuova jungla di Calais, in Francia, come l’ha trovata don Mussie Zerai, che è stato quattro giorni sul posto, dal 20 al 24 novembre, per rendersi conto di persona della realtà che gli era stata segnalata e descritta a più riprese, negli ultimi mesi, da alcuni ragazzi eritrei. La prima jungla è stata smantellata giusto un anno fa: le ultime operazioni di sgombero e trasferimento risalgono al novembre 2016. Dopo anni di sostanziale inerzia, le istituzioni furono costrette a intervenire, sulla scia delle proteste di numerose Ong, francesi e internazionali, e della denuncia di un vasto comitato d’opinione promosso da uomini di cultura, attori, giornalisti, operatori umanitari, associazioni, politici, gruppi di cittadini, che si sono rivolti alla magistratura per far rispettare i diritti degli oltre settemila migranti bloccati intorno a Calais, dove erano arrivati col miraggio di passare in Inghilterra. Per chiudere quella enorme bidonville sono stati organizzati campi di accoglienza in tutta la Francia e, di pari passo con i  trasferimenti, si è demolita, pezzo dopo pezzo, l’enorme jungla di tende e baracche. Tuttavia, la fine dell’assedio a Calais da parte dei disperati in cerca di una via per arrivare nel Regno Unito, non è durata a lungo. Altri profughi sono comparsi, sempre più numerosi, già nelle settimane immediatamente successive alle ultime evacuazioni. Oggi sono centinaia. Censimenti ufficiali non ce ne sono, ma alcuni volontari dicono quasi duemila. Certamente più di mille.


“Si tratta in buona parte di giovanissimi – spiega don Zerai – Minorenni non accompagnati, spesso approdati qui dopo una fuga durata mesi o addirittura anni. Soprattutto eritrei, etiopi, afghani. Ragazzini costretti a vivere all’aperto, per strada, dove capita. Ad avere come tetto soltanto un telo o un cespuglio tra le dune anche in questi giorni di freddo e pioggia. Per lo più sono ‘dublinati’: giovani, cioè, espulsi da vari Stati europei in base al regolamento di Dublino. Dalla Germania, ad esempio. O dalla Svizzera e dai paesi nordici. Sono arrivati e continuano ad arrivare a Calais come all’ultima spiaggia: per provare a salire di nascosto su un treno dell’Eurotunnel o per cercare un imbarco di fortuna al porto. Esattamente come prima, ai tempi della vecchia jungla, quando decine di rifugiati hanno perso la vita nel tentativo disperato di passare: almeno una sessantina dal 2014 fino allo smantellamento della bidonville. Perché superare la Manica da clandestini è molto difficile. Anzi, ormai è quasi impossibile. Così si è creato di nuovo un imbuto enorme. Un imbuto chiuso che si allarga sempre di più, alimentato da una umanità disperata e in balia di tutti. In balia anche di criminali che approfittano di questa sacca enorme di disperazione per alimentare, con quei ragazzi, i giri d’affari più sporchi: lavoro-schiavo, prostituzione, mercato del sesso. Sono proprio i più giovani ad essere i più esposti. Ma non sanno a chi rivolgersi. Le istituzioni li trattano come un ‘problema di sicurezza’, gente di cui disfarsi e da allontanare. La polizia si comporta di conseguenza. Non a caso tutti i migranti ne hanno paura. A quanto mi hanno raccontato, gli agenti avrebbero un atteggiamento duro e intimidatorio anche per un semplice controllo e ricorrerebbero spesso a una violenza assurda, per i motivi più futili o addirittura senza motivo”.

Queste violenze, secondo molti giovani ascoltati da don Zerai, si verificherebbero ovunque. “Capita spesso – afferma don Zerai riferendo appunto alcune testimonianze – che i campi di fortuna nella boscaglia siano evacuati con la forza. All’alba vengono circondati e poi squadre di agenti entrano tra i ripari di teli e coperte. Mi dicono che basta un niente per subire prepotenze o magari essere picchiati. ‘Quando ci fermano – mi hanno specificato alcuni ragazzi – certi poliziotti sembra quasi che si divertano a maltrattarci mentre altri, sia uomini che donne, tutti in divisa, assistono senza fermarli. Anzi, magari ridono, come se si divertissero a loro volta’. Se questi racconti hanno fondamento, sarebbe un fatto gravissimo. Si parla di violenze commesse da uomini in divisa che rappresentano lo Stato e che dovrebbero tutelare le persone più deboli, garantendone i diritti e la dignità. Occorre allora verificare, indagare, aprire un’inchiesta ufficiale. Denunce del genere, insomma, non possono essere lasciate cadere nel nulla…”.


Questo clima di violenza si ripeterebbe anche in piena Calais. Don Zerai: “In città i profughi si riuniscono nei punti in cui c’è la possibilità di avere accesso libero alla connessione internet. Per loro è essenziale: è l’unico modo che hanno di contattare i familiari. Alcune formazioni di estrema destra non li vogliono in città e non di rado organizzano vere e proprie spedizioni punitive per scacciarli a furia di calci e pugni, bastonate. Si respira, insomma, un’atmosfera di ostilità e tensione. E, tra i profughi, di grande insicurezza. La polizia interviene spesso, ma non sembra contribuire granché a risolvere questi problemi. Anzi… Mi dicono, ad esempio, che anche in occasione dei pestaggi condotti da quei naziskin, non sempre gli agenti trattano i migranti come le vittime, ma come ‘parte del problema sicurezza’. E quando, per un qualsiasi motivo, decidono di disperdere i gruppi di stranieri, se qualcuno accenna a resistere, i loro metodi, già bruschi, sfociano nella violenza. Alcuni ragazzi hanno riferito che qualche volta sarebbero stati esplosi persino dei colpi di pistola. Sembra incredibile che possano essersi verificati episodi del genere, ma sono portato a credere che le denunce che ho ricevuto abbiano un fondamento. Sembrano provarlo diversi giovani con le braccia o le gambe spezzate. Li ho ascoltati di persona e mi hanno assicurato che quelle fratture sono il frutto delle percosse subite. Un modo di fare inconcepibile, che sembra aver creato un vero e proprio stato di terrore. Una paura istintiva, che spinge a scappare anche di fronte a un semplice alt per un controllo, nel timore di essere fermati o altro. Ovunque capiti e spesso esponendosi a rischi terribili. Come saltare la recinzione e attraversare di corsa l’autostrada. Mi hanno detto che proprio in una circostanza del genere una ragazza sarebbe morta, travolta e uccisa da un’auto…”.

Ai tempi della “jungla 1”, quando intorno a Calais vivevano accampati oltre 7 mila migranti, c’era una vasta mobilitazione di volontari e associazioni umanitarie per assicurare un minimo di assistenza. “Ci sono ancora – rileva don Zerai – Non così numerosi come allora, ma ci sono. Anche per loro, però, è tutto molto più difficile. L’amministrazione locale, di destra, ha emanato un’ordinanza che impone il divieto assoluto di distribuire ai rifugiati cibo e bevande; di organizzare alloggi per dormire, sia pure di fortuna; di predisporre strutture elementari, come servizi igienici e docce. Le associazioni si sono mobilitate, facendo ricorso al Tribunale, e qualcosa l’hanno ottenuto. Molto meno, tuttavia, dei tempi della “jungla 1”. Oggi non c’è una sola mensa né un luogo dignitoso dove poter mangiare. Ci sono unicamente dei punti di distribuzione all’aperto, quasi sempre in zone isolate e lontano dal centro di Calais. Lontano da tutto e da tutti. E’ stato predisposto un locale docce, ma si ha diritto di accedervi una sola volta alla settimana e con turni di appena 6 minuti a persona. E ci sono distribuzioni periodiche di sacchi a pelo, coperte, vestiti pesanti, organizzate dalla Caritas e da gruppi laici. Spesso però, con l’evacuazione e lo smantellamento dei campi improvvisati, i ragazzi perdono tutto, perché la polizia non esita a distruggere tende, giacigli, masserizie. Perfino i telefonini. E’ un calvario. E con il freddo che è ormai arrivato si pongono gravi problemi di salute: sono tanti i rifugiati febbricitanti e malati, magari di bronchite o di polmonite, ma non sanno a chi rivolgersi, se non all’aiuto dei volontari”.


E’ un quadro che richiama quello della prima jungla, che ha suscitato un moto di indignazione generale ma che sembrava ormai “archiviata”, finita per sempre. “E’ così – conclude don Zerai – E fa rabbia pensare che proprio qui a Calais, dove accade tutto questo, hanno investito milioni di euro per costruire muri lungo l’autostrada e intorno all’area portuale, per impedire di accedere al transito verso l’Inghilterra, ma non si è speso nulla per creare un sistema di accoglienza e assistenza dignitoso. L’ordine sembra uno solo: quello di allontanare i migranti a ogni costo. Eppure, insisto su questo, si tratta in maggioranza di soggetti estremamente vulnerabili: ragazzi minorenni, spesso ragazzini e ragazzine di appena 14 o 15 anni, esposti ad ogni rischio. Quel poco di assistenza che c’è si deve esclusivamente alla Chiesa Cattolica e a una serie di organizzazioni laiche che si battono contro l’indifferenza e il pregiudizio anti migranti. Senza di loro, a Calais, nella civilissima Francia, i diritti alla base della democrazia sarebbero definitivamente morti. Di più: sarebbe morto il senso stesso di umanità”.      

mercoledì 15 novembre 2017

Allo stremo migliaia di profughi prigionieri dei trafficanti

Agenzia Habeshia, richiesta di aiuto
Le denuncia dell’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Zeid Raad Al Hussein – che ha definito “inumani” gli accordi per il controllo dell’immigrazione sottoscritti tra l’Europa e la Libia – conferma gli allarmi che l’agenzia Habeshia lancia ormai da anni. Il blocco della rotta del Mediterraneo Centrale – dopo quelli del Mediterraneo Occidentale e Orientale – ha ridotto per il momento il flusso dei profughi e dei migranti dall’Africa verso l’Europa. Ma già si stanno aprendo altre rotte. E, soprattutto, questa diminuzione temporanea degli sbarchi è un risultato conseguito sulla pelle dei migranti. Un risultato, cioè, fatto pagare ai migranti, i soggetti più deboli e indifesi, con sofferenze infinite: torture, maltrattamenti sistematici, stupri e violenze di ogni genere, riduzione in schiavitù. Spesso la vita stessa.
L’ultima conferma dell’autentico girone infernale nel quale gli accordi Europa-Libia e, in particolare, Italia-Libia, hanno intrappolato centinaia di migliaia di disperati, è arrivato ad Habeshia in queste ore. Un giovane esule eritreo residente in Svezia ha ricevuto una drammatica richiesta di aiuto dal fratello minore, anch’egli fuggito per sottrarsi all’immensa prigione in cui la dittatura ha trasformato l’Eritrea. Arrivato in Libia dopo un viaggio denso di pericoli nel deserto, questo ragazzo è stato catturato da una banda di trafficanti. Attualmente è segregato in un capannone-prigione vicino alla costa, in una località che, a quanto ha sentito dire dai carcerieri, dovrebbe chiamarsi Kewsherif. La struttura apparterrebbe a un certo Abdu Selam. Tra quelle mura sono rinchiuse, insieme a lui, centinaia di persone: donne, uomini, numerosi bambini, praticamente abbandonati a se stessi. Da giorni non ricevono cibo e persino l’acqua da bere è scarsa e di cattiva qualità. Nessuna forma di assistenza. Altri 400 prigionieri, dopo aver pagato il riscatto per la traversata del Mediterraneo, sono stati trasferiti in un luogo diverso. Nessuno dei compagni rimasti nel capannone sa dire dove. Molti però hanno avuto notizia che nella zona ci sono numerosi altri lager del genere, con migliaia di detenuti in estremo pericolo e bisognosi di aiuto al più presto.

Il ragazzo che ha segnalato questa ennesima emergenza e alcuni suoi compagni sono raggiungibili ai seguenti numeri telefonici:
– 002189#####940, 002189#####815, 002189#####465, 002189#####790, 002189#####866
Habeshia fa appello all’Unione Europea, ai singoli Stati membri e in particolare al Governo italiano, all’Unhcr, all’Oim perché intervengano al più presto, con ogni mezzo possibile, per rintracciare e mettere al sicuro tutte queste persone.
In attesa della cancellazione degli accordi con la Libia e di una auspicabile, radicale revisione della politica europea sull’immigrazione, è questo l’unico modo per dare una prima risposta concreta al duro, giusto, drammatico richiamo arrivato dall’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani
Agenzia Habeshia 
Roma, 15 novembre 2017